vecchio Piemonte

Curiosità storiche (039)                 

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Tra Langa e Monferrato

I bigat - La filanda

Scorcio di una piccola zona del Monferrato (foto S. Giacone)

 

Al tempo dei bachi da seta

I BIGAT

Quando (come diceva Marchi) ”eravamo povera gente” quasi tutti nelle campagne piemontesi si allevavano i bachi da seta (i bigat). I soldi nelle famiglie contadine scarseggiavano e con la vendita dei bozzoli si ricavavano i primi soldi dell'annata che facevano comodo per pagare le imposte o far fronte all'acquisto di verderame per le viti. Di solito si compravano i semi dei bachi (la smens) in primavera e a San Marco il 25 aprile, le donne li portavano in chiesa per la benedizione, tanto erano importanti per l'economia familiare e non solo. Questi semi erano piccolissimi e si acquistavano ad once; venivano posati su un pezzo di tela e si tenevano a temperatura ambiente adatta per farli schiudere, cosa che avveniva dopo una ventina di giorni e le larve, man mano che crescevano, venivano alimentate esclusivamente con la foglia del gelso (mu) e portate su letti di canne (canisse) a castello. In un mese circa dopo quattro mute (dormite) della durata di una settimana l'una, la larva da piccolissima si sviluppava raggiungendo circa nove centimetri di lunghezza. Dopo otto giorni dalla quarta muta, incominciavano a ”maturare” e a muoversi, allora le mettevano su dei rami, sui quali si arrampicavano, iniziando a filare il bozzolo. Dopo tre o quattro giorni avevano formato i bozzoli (cochet), chiudendosi dentro; venivano lasciati sui rami ancora qualche giorno, quindi si raccoglievano dai rami, si pulivano e venivano venduti sugli appositi mercati. Questo avveniva verso la fine del mese di giugno. Da un'oncia di semi, se andava bene si ricavavano 80-90 kg. di bozzoli. Si guadagnava abbastanza perché il loro mantenimento non era costoso, dato che si nutrivano solamente di foglie di gelso, che allora tutti possedevano (mentre il gelso in Piemonte è ormai scomparso da tempo). Specialmente le donne e gli anziani dovevano giornalmente “fè la foja” , cioè preparare il cibo per i bachi e soprattutto assicurarsi che la “foglia” non fosse stata bagnata dalla pioggia perché sarebbe stata dannosa per i bachi. Alcuni usavano dei guanti, altri, che non li sopportavano, alla fine della stagione, avevano sulle mani i cosiddetti ”quaj da bigat” (calli da bachi da seta). Per fare la foglia, si doveva prendere il ramo del gelso dalla punta, poi si tirava fino in fondo, con la mano stretta raccogliendo tutte le foglie e quando ce n'era una bella lenzuolata, la si portava in cantina o comunque in un luogo fresco. C'era anche chi non aveva a sufficienza dei propri gelsi,allora doveva affittare la foglia. Era un lavoro pesante, anche perché a raccogliere le foglie del gelso si andava verso le quattro o le cinque del mattino e, inoltre, sovente quando si tornava a casa, bisognava ancora pulire i bachi, cambiando il foglio di carta posto sulla ”canissa”  per raccogliere gli escrementi dei piccoli ospiti. I contadini dopo aver curato i bozzoli aspettavano ancora dieci giorni affinché tutti fossero pronti per la vendita e li portavano alla filatura (dove c'era) oppure sul mercato (il più importante del basso Piemonte era quello di Cuneo famoso anche per la lavorazione della seta). Quelli che volevano ricavare la seta per uso familiare, si tenevano un po' di bozzoli, li immergevano in acqua quasi bollente e con una specie di  bastone li rigiravano: i fili di seta in questo modo si attaccavano al bastone, si raccoglievano per ottenere così un gomitolo di seta naturale. Era d'uso riprodurre i semi per non doverli comperare nel prossimo aprile per cui si teneva in casa un po' di bozzoli e li si posavano su un pezzo di tela bianca. Dopo circa 10-15 giorni il baco,detto crisalide,che si era chiuso nel bozzolo,si trasformava in farfalla. Questa bucava la sua prigione e ne usciva,ma non volava via e nella sua breve vita che non durava più di una decina di giorni, deponeva da 300 a 500 uova, che venivano accuratamente conservate in luoghi freschi per poi farle schiudere in primavera. L'allevamento del baco da seta era molto importante, si diceva, infatti, che se si perdeva il raccolto dei “cochet”, era come se fosse venuta la tempesta, la grandine e  infatti in quei tempi i contadini erano soliti comperare a credito e provvedevano a pagare il debito due volte all'anno:dopo la vendemmia i debiti dell'estate e a fine giugno quelli dell'inverno.

LA FILANDA  (LA CUCUNERA)

In effetti, questa fabrichetta-laboratorio era costituito da un grande stanzone con tanti telai di diverse misure,vicino ai quali era posato un pentolone per mettere i bozzoli a bollire e un grande aspo (arcolaio) per raccogliere la seta filata. Su ogni aspo venivano issate sei matasse di seta che rappresentavano il lavoro di una giornata; al mattino veniva portato un sacchetto di bozzoli che pesavano circa un chilogrammo,la dose giornaliera. Si iniziava a lavorare alle 6 del mattino con un piccolo intervallo per la prima colazione e poi ci si fermava da mezzogiorno fino alle 14; si smetteva verso le 18 d'inverno, mentre d'estate si lavorava più. Il filo di seta veniva controllato dal dirigente che, se c'erano troppi nodi o se non era tutto grosso uguale faceva la multa che andava da 2 a 3 soldi. Il lavoro era durissimo e si avevano quasi sempre le dita scottate dall'acqua bollente. Una volta gettati nel calderone e dopo aver tolto con una spatola la bava, si prendevano i bozzoli tre per volta e si torcevano tra le dita: il filo unito che così si ricavava veniva raccolto sull'aspo. Si doveva stare molto attenti a fermare con un pedale l'arcolaio quando un filo si strappava  o finiva prima degli altri due bozzoli e si doveva annodare un altro filo. Alla sera si doveva mettere su ogni matassa un biglietto con il numero corrispondente alla ragazza (la manovalanza della filanda era tutta femminile) che aveva compiuto il lavoro perché il direttore o il responsabile addetto controllava. Se il giorno dopo veniva mandato indietro il biglietto, questo era un brutto segno perché bisognava attendersi una brutta lavata di testa se non addirittura il licenziamento.

Giuseppe Brandone 

data revisione:   25/03/2012