vecchio Piemonte

Curiosità storiche (039)                 

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Tra Langa e Monferrato

I botalè

Scorcio di una piccola zona del Monferrato (foto S. Giacone)

 

Memorie del vecchio Piemonte:aspettando la vendemmia.

I BOTALÈ E I RASIN ( I BOTTAI E I RACCOGLITORI DI TARTARO)

Tra i vecchi mestieri ormai scomparsi,rimangono nella memoria,in un velo di malinconia avvolti,il botalè (bottaio) (il piccolo artigiano girovago e non certo l'industriale con tanto di fabbrica) e il rasin (raccoglitore di tartaro).

Il botalè, costruttore di botti,tini e barili,aveva per divisa da lavoro pantaloni di fustagno e camicie di tela e si recava nelle cascine nelle quali veniva richiesta la sua opera munito di un piccolo banco da falegname e fornito di una morsa,cerchi in ferro e il materiale necessario per costruzione della botte acquistato nel meridione perché il prezzo era inferiore alle quotazioni locali. Il legno, rovere e gaggia, veniva tagliato a strisce dalla misura richiesta, poi, raschiato con una specie di coltello, affinché acquistasse la forma un po’ curva e successivamente lisciato con il pialletto fino a formare le doghe e queste, ad una ad una, davano corpo alla botte. Naturalmente, era indispensabile lasciare un foro per introdurre il mosto. La botte, prima dell’uso,doveva essere accuratamente sciacquata con acqua bollente mista a soda,in modo che il legno di dilatasse, evitando perdite di vino. Per lavarla internamente si usava,invece,acqua profumata ottenuta con un infuso di foglie di noce, di pesca e di un’erba speciale detta”carera” (per una grossa botte). Il botalè lavorava a periodi, in particolare prima della vendemmia,anche per venti ore al giorno, pur di soddisfare la clientela.

“Ai miei tempi - spiegava anni fa l’ultimo bottaio della Valle Belbo - si faceva tutto a mano, perfino la”zina”, l’incavo di otto-nove millimetri nella parte interna della doga dove si incastrava il fondo. Una volta tagliati i pezzi per il fondo, si mettevano insieme con chiodi a due punte. I fusti migliori erano quelli di rovere, ma per la grappa l’ideale era il frassino, per il suo colore bianco. Per il vino si poteva impiegare anche il fusto di castagno, che costava cinque volte di meno rispetto a quello di rovere, che conteneva però il tannino per cui bisognava spalmarlo internamente di paraffina”. La botte era così pronta. Di anno in anno si caricava però di tartaro e occorreva pulirla raschiandola a fondo. Entrava allora in gioco un’altra figura suggestiva:il rasin. Lavoratore girovago come il botalè, il raccoglitore di tartaro passava di cascina in cascina, da luglio a settembre, in cerca di botti, tini e barili da pulire dall’incrostazione. Vestito con abiti scuri, il raccoglitore di tartaro era ospitato dai contadini e lavorava compensando talvolta la propria fatica con la rasa raccolta, ritenuta abbastanza preziosa in quanto serviva a produrre il cremortartaro usato come lievito, rinfrescante per polveri effervescenti e in tintoria. Gli attrezzi del mestiere erano  il rascet (raschietto) e il sapin, una zappa ricurva dal manico molto corto. Con il deposito del vino si formava sempre un po’ di tartaro  che a volte poteva raggiungere uno spessore di due centimetri. Il lavoro era piuttosto lungo e per pulire una botte si impiegava anche mezza giornata. La rasa in piccola percentuale arrecava un buon profumo al vino, ma se non veniva asportata,dopo qualche anno lo trasformava in aceto. Da qui la necessità di intervenire con un’azione di pulitura. Sovente il rasin doveva lavorare con un fazzoletto davanti alla bocca per vincere l’effetto dell’acido, talmente forte da lasciare in bocca un gusto amaro  e da far lacrimare gli occhi. Alcuni rasin smontavano le doghe una per una,segnandole con un gessetto e rimontando poi diligentemente tutti i pezzi; le botti venivano profumate a fine lavoro con un infuso di foglie di pesco sparso sulle pareti della botte con una apposito paletto. Se le botti erano grandi, questi specialisti faticavano di meno; se, al contrario, erano piccole, sorgevano difficoltà per l’utilizzo degli attrezzi ed era necessario assumere una posizione di lavoro scomodissima. Spesso nelle cantine in cui lavoravano non c’era la luce elettrica e si ricorreva alle candele. Un lavoro quindi disagevole al massimo. Quando uscivano dalle botti, i rasin emanavano un odore sgradevole e i loro abiti erano unti e bisunti. Le tecniche moderne hanno da tempo mandato in pensione botalè e rasin, ma non per questo vanno dimenticati. Sono anch’essi parte dell’affascinante storia del vino.

Giuseppe Brandone

data revisione:   25/03/2012