vecchio Piemonte

Curiosità storiche (045)                 

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I Castelli dell'Astigiano

Castello di Frinco

 

  

   Forse da sempre, da quando almeno gruppi di uomini hanno abbandonato la vita nomade per raccogliersi in villaggi e occuparsi di agricoltura anche se non ancora a tempo pieno, ogni gruppo avrà escogitato qualche mezzo per porre la propria esistenza al riparo da pericoli comuni e specialmente dalle offese dei proprii simili.

   Certo è che già dalla tarda età del bronzo (2000-1000 a.C.) abbiamo villaggi fortificati, cinti da muraglie a secco e da palizzate: i castellieri. I nostri antenati Liguri conoscevano il castellum o castelum, presidio e centro di raccordo tra i villaggi di un medesimo pagus. La pacificazione realizzata da Roma all’interno dei propri domini, ha fatto in seguito divenire preminente l’esigenza di difendere i confini, sempre più lunghi e sempre più lontani come per esempio, si fece con il limes germanicus di Domiziano e con il vallo di Adriano.

   Il bisogno di un castello, vicino alle singole comunità e raggiungibile in ogni momento, viene di certo avvertito durante le terribili invasioni dei secoli bui (IX e X sec. d.C.), anche se molte volte può essere mancato ai nostri progenitori il tempo necessario per apprestare difese idonee. Questo bisogno fu avvertito anche dagli stessi invasori - minoranze rispetto agli altri - quando nutrivano il proposito di insediarsi nelle aree occupate e non quello invece di ritornare presto nei paesi di provenienza con il frutto delle loro razzie. Sono finora tempi in cui l’incastellamento riguarda un numero di casi più o meno limitato ed è rivolto ad assicurare la difesa e il controllo di porzioni più o meno grandi di territorio.

   Ma arriva pure l’epoca in cui l’incastellamento si fa prima meno rado, poi sempre più fitto, fino a coinvolgere tutti i villaggi; al punto da far assumere al paesaggio caratteristiche ancora oggi nettamente avvertibili. Esse sono avvertibili specialmente nell’Astigiano dove il territorio, molto frastagliato da colline e valli, ha favorito, se non determinato, il frazionamento della popolazione in tante piccole comunità; dove quasi ovunque sulla linea dell’orizzonte si staglia - solenne, massiccia e severa - la figura di un castello e dove tanti manieri, sempre disposti
sulla sommità collinare, sono affiancati dalla chiesa e dal villaggio corrispondente, a testimonianza di una convivenza plurisecolare.

   Quelle che oggi possiamo ammirare non sono le fortificazioni originarie. Gli studiosi francesi distinguono fra castelli primitivi (VIII-IX sec.), castelli romanici (XI-XII sec.) e castelli gotici (XIII-XV sec.). Per quanto riguarda quelli primitivi, il Settia chiarisce che molte volte si tratta di opere probabilmente costruite soltanto con l’impiego di terra battuta e di legname, con scarso ricorso alla muratura; all’inizio a volte si sarebbe trattato di villaggi recintati. Le modificazioni subìte in seguito dalla struttura dei castelli sono comunque notevoli e determinate dalla necessità di adeguare le opere di difesa ai mezzi dell’offesa, continuamente impegnati nel tentativo di un reciproco superamento. Alle modificazioni strutturali si debbono aggiungere i mutamenti di sito, imposti dalle
vicissitudini dei tempi e da nuove esigenze difensive. A Settime, per esempio, si sono succeduti in sedi diverse il castello antico, il castello vecchio e l’attuale. Quelli che possiamo oggi ammirare sono dunque spesso i castelli dell’ultima generazione, oppure ville-forti realizzate ancora più tardi come residenza fortificata dei signori
nelle aree rurali. Non mancano neppure casi in cui da ammirare non sia rimasto proprio nulla, come a Corsione, dove il maniero è stato demolito nel secolo scorso e i suoi materiali sono stati impiegati nella costruzione di case vicine. Oppure come a Castelvarino, nel territorio di Piovà, dove il ricordo del castello è affidato solo più alla toponomastica.

   L’incastellamento sistematico del territorio è molto antico, ma a quando risale? Mi limito alle più antiche attestazioni pervenuteci riguardo al territorio che oggi fa parte della Provincia di Asti, trascurando le altre. La prima è del marzo 924. In tale data Audace, vescovo di Asti, permuta con un giudice alcuni appezzamenti siti nella
villa Calliano (in villa Caliano) in prossimità del castello. Si tratta dell’attuale Calliano e non di altri centri aventi denominazione simile, ma estranei alla circoscrizione della Provincia di Asti.

   Il 924 è pure l’anno in cui viene citato per la prima volta il Castelvecchio (castrum vetus) di Asti, in precedenza di proprietà regia; in quell’anno viene ceduto a un anscarico e nel 938 passerà in mani del vescovo Bruningo.

   Sempre nel secolo X seguono in ordine di tempo le attestazioni relative ai castelli di Annone, Orsengo
(probabilmente presso Tonco), Vinchio, Castellione, Gorzano, Azzano, Grana, Tigliole Inferiore, Montafia (castrum Montialphonis) e Mirabello (presso Quarto), Celle, Scurzolengo e Rocca d’Arazzo. Nel X secolo sono dunque attestati, in Provincia di Asti, quindici castelli in tutto, in prevalenza di proprietà vescovile, assieme ad altri di proprietà regia, comitale o privata, oppure di una chiesa o di un monastero. Ma in realtà i manieri furono in numero maggiore, anche se non lo conosciamo con precisione.

   Per esempio c’è un documento del 1003 il quale prova che il castello di Colcavagno (Curtis Cavant) confinava con un monte dove già c’era un castello (ubi iam castrum edificatum fuit) e cioè, con una sommità collinare che in passato aveva ospitato un altro castello. Nel 1001 Ottone III dona al monastero del Salvatore di Pavia le curtes sive castella quae Berengerus et Adalbertus reges tenuerunt, (le corti e i castelli che tennero i re Berengario e Adalberto) tra cui Cortevetula (Corveglia).

   Questi sono senza dubbio castelli già esistenti nel secolo X. Ma qualche castello esisteva anche nel secolo IX. Un documento dell’anno 899 cita il villaggio Castiglione (Castellionis), il cui nome da solo è già dimostrativo dell’esistenza di un castello. Tanto più che di castelli, anche se in modo generico, si parla già nel 904 in un diploma di Berengario a favore della Chiesa d’Asti e già in altri due diplomi di Lodovico III, a favore della stessa Chiesa, del 901 e del 902, ma forse interpolato il primo e falso il secondo. Tanto più, è da aggiungere, che non manca chi fa risalire il Castelvecchio (castrum vetus) di Asti all’epoca romana, mentre il Bordone ritiene che tale maniero sia estraneo al recinto urbano medioevale e che all’interno di questo si sarebbe trovato invece il castello dei Valloni.

   Salvo qualche eccezione si può dunque affermare che la data di inizio di un sistematico e diffuso incastellamento nel territorio della Provincia di Asti sia da collocare molto vicino al principio dell’ultimo quarto del secolo IX; ossia in un’epoca nella quale la vita di molte regioni è sconvolta dalle invasioni degli Ungari e dei Saraceni. Dall’889 i Saraceni si erano insediati a Frassineto in Provenza, facendone la base delle loro scorrerie in Piemonte; nell’anno 899 gli Ungari battono le forze di Berengario a Verona e nel 924 giungono fino a Pavia.

   Il terrore provocato da queste incursioni - incursioni quasi annunciate nell’846 quando i Saraceni già erano arrivati fino a Roma - fu enorme. Un cronista del tempo scrive: ...uccisi e messi in fuga i cristiani, gli Ungari infieriscono in tutto il regno italico e nessuno osa attenderne l’arrivo se non in luoghi ben fortificati. Così un poeta piange la rovina del monastero di Pedona (Borgo S. Dalmazzo), avvenuta nel 907 ad opera dei Saraceni: Lascia o Pedona di cantare e vestiti a lutto. Ora, o pupilla, versa gorghi di lacrime, è finito ogni giubilo. I fiori hanno perduto ogni colore, ogni odore. Le spine sono cresciute sulle macerie, draghi e diavoli le infestano. (Planctum Pedonae).(1)

   Nel 955 cessa finalmente il pericolo degli Ungari e nel 973 (o 983) anche quello dei Saraceni, ma invece di avere termine, l’incastellamento del territorio continua vivace. Perché? Analizzando le cause di questa continuità, il Settia osserva che la comparsa di fortificazioni nelle zone rurali d’Europa non fu soltanto la risposta ad una situazione di pericolo contingente, bensì anche l’effetto di una forza centrifuga, da lungo tempo in atto, da parte dei poteri locali rispetto al centro dell’organizzazione statale. Fu così che sulla rete dei castelli si vennero presto stabilendo una nuova forma di dominio politico e una capillare riorganizzazione del territorio rurale, destinate entrambe ad una lunghissima fortuna.

   La vita di questi castelli non sarà facile; si confonde con le fortune e le sfortune delle famiglie o delle istituzioni che ne hanno avuto il possesso e con quelle delle popolazioni loro soggette.Molti castelli non hanno retto all’avversità dei tempi. La toponomastica è solitamente attenta a registrare la loro scomparsa. Ad esempio, dove troviamo il toponimo Castellazzo, Castellasso, Castellaccio, spesso c’era un maniero del quale a volte si è addirittura persa memoria. Questo toponimo è presente a Berzano S. Pietro, Buttigliera, Camerano, Canelli, Casorzo, Cinaglio, Dusino, Incisa, Isola, Mombercelli, Moncucco, Portacomaro, S. Marzanotto e probabilmente in altri luoghi.

   Se pertanto qualcuno finora avesse considerato i castelli come un elemento statico del nostro paesaggio, quanto abbiamo visto è tale da indurlo a ricredersi.

   Osiamo soprattutto sperare che le medesime argomentazioni, anche se svolte in modo sommario, siano sufficienti a giustificare l’impegno assunto dalla Provincia di Asti in un settore culturalmente e storicamente così importante sebbene così complesso, come quello dei castelli e delle ville-forti astigiani; un impegno non solo altamente qualificato ma anche altamente qualificante per la stessa Provincia, che ha così bene interpretato il proprio ruolo di rappresentanza nei confronti degli interessi culturali dell’intera sua circoscrizione.

   Già nel 1985, come noto, aveva potuto vedere la luce il primo volume dell’opera, frutto della collaborazione di Tiziana Valente e dell’arch. Sara Inzerra Bracco, con le ricerche relative ad un primo gruppo di venti castelli, tutti a nord del Tanaro. Tenendo fede alla parola data in quell’occasione dall’ing. Tovo, Presidente della Provincia, oggi viene presentata la seconda parte dell’opera, comprendente altri trentatre castelli a nord del Tanaro. (2)  Il nuovo volume presenta nell’insieme le medesime caratteristiche del precedente: nè poteva essere diversamente per esigenze di uniformità e anche perché non v’era motivo di apportare innovazioni a un’iniziativa avviata con successo.

   Ampia è la messe di notizie dedicate ad ogni castello; ad esse viene aggiunta una cronologia dei principali avvenimenti che hanno coinvolto il maniero e la relativa comunità. E’ degna di menzione la bibliografia che accompagna ogni scheda. Viene segnalato anche lo stato di conservazione di ogni edificio con una denuncia dei guasti che l’incuria dell’uomo ha finito per apportare ad una delle componenti più significative del nostro patrimonio culturale. Diverse e sempre ottime le fotografie. Felice è stata l’idea di comporre questo come il precedente
volume mediante schede, distinte per località. Ciò rende possibile non soltanto l’estrazione di singole loro unità, ma anche la separata sostituzione, qualora in avvenire avesse ad occorrere, per qualche località, qualcosa di nuovo in seguito ad ulteriori ricerche.

   Ogni elemento concorre dunque a rendere più viva l’attesa del volume successivo; direi anzi dei volumi successivi, considerata sia l’ampiezza delle ricerche ancora da svolgere, sia il tempo a questo scopo necessario. Per intanto sono doverosi i complimenti, oltre che ai promotori dell’iniziativa, anche a quanti l’hanno realizzata e cioè a Sara Inzerra Bracco, a Giannamaria Nanà Villata e loro collaboratori.


                                                                                                Ermanno Eydoux



(1) - Fu pubblicato da A.M. Riberi, S. Dalmazzo di Pedona, Torino 1929, p.443. Era un foglio pergamenaceo del sec. XIII, ritrovato dal Riberi in un Registro del comune di Borgo S. Dalmazzo.

(2) - L’autore presentò con questo saggio (l’8 aprile 1989) il secondo volume della pubblicazione, promossa dalla Provincia di Asti e dalla Soprintendenza per i beni ambientali di Torino, dal titolo: Castelli e ville-forti nella provincia di Asti. Per chi volesse approfondire l’argomento suggeriamo la seguente bibliografia:

R. BORDONE, Da Asti tutto intorno, Torino 1976;
IDEM, Città e territorio nell’alto medioevo, Torino 1980;
F. COGNASSO, Vita e cultura in Piemonte dal medioevo ai nostri giorni, Torino 1983;
E. SERENI, Comunità rurali dell’Italia antica, Roma 1955;
A.A. SETTIA, Incastellamento e decastellamento nell’Italia padana tra X eXI secolo, in “Boll. stor. bibl. sub.” (BSBS) 1976;
ID., Struttura materiale del castello nei secoli X e XI in “BSBS” 1979;
ID., Lo sviluppo degli abitati rurali in Alta Italia, in “Medioevo rurale”, Bologna 1980;
ID., Le frontiere del regno italico nei secoli VI-XI:l’organizzazione della difesa, in “Studi storici” 1989, gennaio-marzo;
L. VERGANO, Tra castelli e torri della Provincia di Asti, Asti 1962;
Le più antiche carte dell'Archivio capitolare di Asti, a cura di F. Gabotto, Pinerolo 1904;
Il Libro Verde della Chiesa di Asti, a cura di G. Assandria, Pinerolo 1904 (due volumi).

 

(Estratto da "Il platano", rivista di cultura astigiana, Asti,  pp 80-83)

data revisione:   28/12/2012