vecchio Piemonte

Curiosità storiche (056)                  

INDICE home storia
La fauna selvatica nel ricordo collettivo


La fauna  selvatica  nel ricordo collettivo delle comunità del territorio che la ospita/va.

Alcune testimonianze raccolte tra le valli e la  pianura pinerolese

 

Il ricordo della fauna selvatica, conservato nel ricordo collettivo delle comunità che hanno contemplato la questione,veicolandolo poi sotto forma di credenza e/o di racconto o con interessanti affidamenti di memoria di questi soggetti sul territorio, come si evince dalla toponomastica locale, ha una sua attendibilità informativa  da non disprezzare. Un solo dato: quale altra fonte ha infatti documentato o soppesato la presenza di questi animali  nella quotidianità e nel notturno  delle comunità coinvolte nella questione?.

Queste testimonianze prospettano però a volte in termini di contenuto e/o di identificazione (in relazione al termine adottato) delle risposte/interpretazioni “contraddittorie” o completamente diverse, ad esempio, da quelle reperibili  in una località a poca distanza. La questione si riscontra in merito ad animali  non più tanto familiari  sia per la loro oggettiva diminuzione su “quel” territorio, se non sparizione, sia per la sempre meno familiarità con l’ambiente selvatico a seguito di cambiamenti di luogo abitativo, di attività lavorative, di abitudini, di quotidianità. L’elenco parziale che segue prospetta per alcuni soggetti queste incertezze di contenuto e di “nominazione”; nonostante ciò, per  rispetto di queste testimonianze , non si sono fatte né correzioni né arricchimenti  informativi. 

Sarebbero invece sfuggiti a questa incertezza di identità e di proprietà linguistica l’orso (l’oùërs) ed il lupo (lou loup) . Un’eccezione non  priva di significato, a partire da ciò che questi predatori rappresentavano/rappresentano nella realtà e nell’immaginario umano. Proprio questa forte valenza simbolica, seppur rispettante certe loro peculiarità di fondo, li ha comunque caricati di riconoscimenti che,principalmente per l’orso, sembrerebbero venir da lontano. La loro presenza in un luogo, soprattutto in relazione al lupo, non è stata pertanto solo quella  di un predatore ma quella del  “predatore” delle certezze diurne e delle fragilità notturne. Un esempio che sotto certi aspetti prospetta la questione può essere  pure colto nella ricostruzione dettagliata dell’uccisione “ufficiale” del penultimo lupo “storico nel pinerolese, avvenuta nell’ottobre del 1905 , sul colle dell’Eremita (col d’l’Armita), tra la Val Lemina e la Val Noce ,zona di Talucco. (Cronologicamente, nel 1907 avvenne  nei pressi di Bricherasio un ulteriore abbattimento ma sulla provenienza di questo esemplare,permasero alcuni dubbi.).Giuseppe Cucetto, il cacciatore, ricevette infatti un riconoscimento dai suoi compaesani  che andò ben oltre la concreta somma ricevuta ed il permesso di caccia  pagato per 5 anni. La sua impresa- stando al ricordo conservato - si trasformò in un qualcosa di “epico” come sottolineerebbe il fatto che, stando in questa prospettiva  valutativa, essa sarebbe stata  compiuta  con un fucile caricato a “brochette”, i chiodini che fissavano un tempo  il cuoio alla base legnosa dello zoccolo.

Circa l’orso, non si hanno dati certi sul periodo della sua sparizione; l’ultimo abbattimento registrato in zona, sarebbe avvenuto in alta Val Susa nel bosco di Monfol, sul versante valsusino del monte Assietta,  nel 1820. (fonte M.Ruggiero, Storia dell’alta Val Susa) . La sua presenza, rispetto al lupo, era comunque  molto più contenuta, d’altra parte i danni che poteva  causare soprattutto su ovini e caprini erano quasi prevedibili/accettabili dal momento che predatore e vittime condividevano stesse aree di frequentazione. Il plantigrado era in ogni caso un’ambita preda di caccia, sia per il suo manto sia per la sua carne, ritenuta un’ottima risorsa per tutto l’inverno. Tra i cacciatori  ricordati in merito ci fu don Antonio Ollin, parroco del Bourcet  nella prima metà del XVIII secolo. Stando alla toponomastica popolare l’orso era di casa soprattutto in Val Germanasca, Val Chisone e Val Susa , ma con registrazioni anche in Val d’Angrogna ed in Val Sangone, per un totale “indicativo” di una quarantina di riferimenti sul territorio considerato. D’altra parte la sua presenza in feste popolari (memorie di antiche ritualità e di forti riconoscimenti culturali e di  ruolo), proverbi e detti, questi ultimi soprattutto a valenza di calendarizzazione-meteorologica non è indifferente e soprattutto di spessore oltre che ancora ricordata.

Se, come si è visto, per il lupo c’è una certa documentazione precisa,con una conservazione di memoria “culturale” sostanziosa, ad esempio i toponimi che ne veicolano localmente il suo ricordo, sarebbero ancora tra “popolari” ed ufficialmente così registrati su documenti, carte e mappe, una settantina abbondante “solo” nel territorio pinerolese (ricerca  dello scrivente in occasione della redazione di un libro sul lupo, a cura di più autori ed edito dal Parco Val Troncea ), di altri rappresentanti della fauna selvatica locale non disponiamo di molte informazioni su quanto accolto o rifiutato e sul periodo/epoca della loro eventuale estinzione/sparizione. Non si deve comunque dimenticare che di norma erano pochi coloro che avevano acquisito una competenza discriminante le singole specie; d’altra parte la dura quotidianità del passato non permetteva  approfondimenti in merito se non aventi una loro “pesante“ ricaduta. Pertanto non è da escludersi  che nei soggetti in elenco siano  contemplati  anche altri esemplari o specie, e questo particolarmente  quando quel dato animale era piuttosto sfuggente o vivente  lontano dalle zone frequentate dall’uomo.  

Un caso emblematico è quello della lince che, secondo certi orientamenti, sarebbe stata ancora registrata in alta Val Pellice all’inizio dello scorso secolo. Quest’ipotesi sarebbe sostenuta anche da una voce narrativa accompagnante una norma educativa valligiana, secondo la quale, per convincere i bambini a non uscire di sera, si diceva che in quella dimensione temporale ci si poteva imbattere ne Lou Chaloun (come veniva/viene chiamata la lince in Val Pellice) che,all’imbrunire, era solita lasciare il Vandalino, suo territorio privilegiato, per  scendere a valle in cerca di vittime, scelte proprio in base alla loro inferiorità rispetto al suo corpo allungato con le zampe anteriori  sulle loro spalle. Al di là di questa singolare procedura di scelta, da cui ben si evidenzia il perché della “piccola” vittima, non è indifferente il fatto che  il riconoscimento di presenza  di questo predatore non fosse costituito tanto dal suo avvistamento quando dal suo verso (lou chaloun) inequivocabile suscitatore di non poche apprensioni. Considerando la funzione attribuitole, la modalità applicativa e lo stesso singolare verso, Lou Chaloun, che in termini linguistici, ipotizzando l’articolo “lou” come forma “contratta”di loup,  prospettava una  condivisione di felinità , era dunque  uno dei giudici che sancivano il passaggio dall’infanzia all’adolescenza.

(A completamento informativo, alcune voci , non ancora però suffragate da prove documentate , vorrebbero un ritorno della lince , forse già anche da un po’ di tempo, in alta Val Susa)

La “ludria” o “loùiro”, come la lontra veniva popolarmente  chiamata, sarebbe stata di casa soprattutto nei tonfani  più a valle del rio che scorre nel Vallone del Grandubbione, con una  presenza - stando ad informazioni  raccolte all’inizio degli anni 80 - qui accertata fino alla fine degli anni 40, inizio anni 50. Altre zone  che avrebbero ospitato l’animale sarebbero ‘l toumpi d’le pulie” nel Chisone, nel tratto di Perosa Argentina, la zona di confluenza tra il Germanasca della valle omonima e quella del vallone di Massello, il Lemina nel tratto di Virle Piemonte, dove un tempo veniva messa a macerare la canapa, nel Ghiggiard, vallone dei Carbonieri e sempre nel Pellice in regione Mottura, tra Vigone e Villafranca. La peculiarità di questo mustelide di trovarsi a proprio  agio sia in acqua  sia su terra, è stata metaforicamente letta, interpretata ed adattata anche alla figura umana, quella femminile in questo caso, solita tenere il piede in due staffe “affettive”, da cui la valenza dispregiativa  ed offensiva del termine ludria/louiro. Un’ipotesi  in merito  all’origine del termine: dal latino lutrinum, fogna…? 

Un altro mustelide contemplato era la “féino” (faina)o “fuina” , caratterizzata, secondo quanto conservato  presso alcune comunità, da due specie: “ la fuina d’la macia ciaira” e “la fuina d’la macia scura”, quest’ultima riconducibile forse alla martora, simile alla faina  ma da cui differisce  proprio per la macchia scura (di fatto gialla) sulla gola. Per le sue caratteristiche comportamentali, tra cui quella piuttosto condivisa che essa fosse in grado di sfuggire alla trappole, con  “fuina”, ci si riferiva pure alla persona piuttosto  “lavativa”, sempre sfuggente a controlli  e lavori assegnati.

Ancora più sospetta e per certi versi anche temuta, era la “mountèlo” o “moutèlo o “moutèla”o cioè la donnola .La si riteneva addirittura velenosa , quasi quanto la vipera, con danni anche al bestiame perché come la vipera essa sarebbe stata solita succhiare il latte alla mucche, privandole così in seguito di questa loro preziosa emissione. Un’ultima considerazione sui mustelidi: poiché l’ermellino,  presente in queste zone,  sembrerebbe non avere  un suo riconoscimento, non avendo uno specifico termine di riferimento, lo si deve  al fatto che esso veniva identificato  con uno dei mustelidi contemplati?

Piuttosto ricca era invece l’attenzione in senso lato nei confronti  del “murét” o “marmota” (la marmotta), preda di caccia per la carne ed il pelo.In alta Val Chisone, in estate, sulla sua tana si fissava un palo che avrebbe permesso, nella stagione fredda, l’individuazione ed il prelievo dell’animale in letargo. La marmotta era  ritenuta un  animale segnatempo, in base al suo  farsi o non farsi vedere , alla sua raccolta consistente o meno di fieno ed alla sua emissione più o meno sonora. Si diceva che fosse pure addomesticabile e dunque utilizzabile ed esponibile in sagre e feste paesane, utilizzo di cui lo scrivente non ha però trovato più conservazioni di memoria in merito.L’utilizzo e la vendita del suo grasso per lenire dolori reumatici  si sarebbe protratta e forse nemmeno ancora cessata, fino a non molti anni fa . Stando ad una voce popolare raccolta in alta Val Chisone , non si doveva però eccedere in questo utilizzo per non indebolire le ossa della parte massaggiata.  ( Un  opuscolo ricco di contenuto, dedicato alla marmotta alpina, venne edito dal Parco Naturale Val Troncea nel 1990, a firma di Michele Ottino.) 

Che cosa si intendeva/intende  invece con ciat pitois  dal momento che il sostantivo “ciat” dovrebbe essere riconducibile a caratteristiche di felinità ma l’aggettivo  pitois, ipotizzato in un’origine latina da petula: puzzolente,  potrebbe suggerire  anche un altro animale, cosa che di fatto poi avvenne e cioè la puzzola? .

Con attribuzione di significato come gatto selvatico, lo si ritrova/va con incertezza denotativa  in alta Valchisone, mentre in Val Germanasca ed in val Pellice  il termine non risulta familiare. In quest’ultima valle, ad esempio,  lo si chiama/va  per lo più “chat sarvage”. Circa la puzzola, considerando sempre l’ambito di ricerca qui prospettato, essa non risulta molto familiare e, come si è ipotizzato per l’ermellino, anch’essa potrebbe essere rientrata in un’identità complessiva dei  mustelidi. Ma il gatto selvatico fino a quando ha  fatto parte della nostra fauna selvatica? Fino ad 60,80 anni fa? Se gli studiosi sono piuttosto scettici su una sopravvivenza in  anni a noi più vicini, nell’immaginario di qualche persona, qualche esemplare sopravvivrebbe ancora e le difficoltà per appurare la questione, deriverebbero innanzi tutto  dalle  caratteristiche elusive  e sfuggenti dell’animale. Testimonianza in merito  sono state ancora raccolte dallo scrivente una trentina di anni fa sia nel tratto medio della Val Chisone e della Val Germanasca , sia in quello di  prima pianura-collina, relativo alla Val Noce, con  qualche “malcelato” cenno all’usanza di cibarsi ancora   della  carne felina soprattutto nella stagione fredda, scelta alimentare “naturalmente”…  mirata però sul gatto domestico.  Anche lo scoiattolo poteva rientrare per certi versi in questa categoria felina, a partire dal nome “chat–eichirôl “, in uso in Val Germasca , per finire in pentola, dal momento  che pare  che anche la sua carne venisse apprezzata nella stagione invernale ( testimonianza  raccolta  nel vallone di Massello) 

Condividevano il rischio di questo tragico finale pure  il tascan ed il tascrin ,  due termini  che nell’immaginario faunistico del passato (comunque ancora in uso ) e con probabile finalità di deridere gli ingenui, venivano usati per identificare i due “voluti” tipi di tasso presenti sul territorio, in base a possibili somiglianze  con il cane (tascan) ed il maiale (tascrin). Anche questo simpatico signore dei boschi  era oggetto di caccia a fini alimentari ma la sua cattura era piuttosto impegnativa. Il cane che doveva “annusarlo” e snidarlo dalla tana, doveva avere infatti  una protezione di cuoio con borchie in metallo attorno al collo per proteggersi dalle laceranti unghiate della vittima/preda. Una pratica questa di cui si conserva ancora il ricordo nel territorio di Pragelato. Del tasso, comunemente detto “tassoun” o “tesisoun” si utilizzava comunque  tutto:carne ,grasso, pelliccia e peli setolosi.

Del bouquëtin, lo stambecco, si conserva invece un ricordo positivo, per certi versi rassicurante, soprattutto in relazione all’utilizzo che si faceva del suo sangue. Poiché lo si riteneva in grado non solo di sopravvivere ad alte  quote ma di vivere come norma la sua vita lassù, si pensò che attraverso il suo sangue così rinforzato dal contesto ambientale e così purificato dall’immagine-concetto connessa all’altezza, si potessero acquisire difese e  risorse per combattere stanchezza e malattie da raffreddamento. Addirittura ne sarebbero bastate poche gocce nel vino o nel brodo prima di andare a dormire, per ricevere questa carica. Una modalità curativa  non solo condivisa ma   riconosciuta in questa funzione da secoli come testimonierebbe pure il suo riporto da parte di Jean Léger nella sua Storia della Chiesa Valdese  del XVII secolo.  Forse anche le sue marcate corna  avevano un riconoscimento non indifferente  sebbene l’utilizzo o meglio le finalità in merito non siano  più del tutto chiare. Difficile pertanto valutare se l’esposizione del corno (il suo o quello di altri bovidi o cervidi?) sulla porta esterna dell’abitazione avesse  una valenza di protezione in senso lato o di protezione da eccessive intemperie  o ….  In ogni caso, nonostante la fragilità del ricordo, è interessante che qualche traccia di questa antica memoria-ritualità cornea si sia conservata .  Del chamon (camoscio), caprieul (capriolo) e del    moutoun o aré o bërrou (montone), ammessa una loro stanzialità da tempo su questo territorio, non si conservano particolari tradizioni; come per il pùërc sanglìe o sanglìe (cinghiale), essi erano considerati ottime prede di caccia ed il loro “abbattimento” era spesso occasione per una mangiata collettiva di carne, alimento non così frequente nella dieta del montanaro del passato.

Diego Priolo 

Il pezzo, senza immagini, è apparso sul trimestrale La Valaddo di giugno 2012

Fotografia di Elio Giacone

 


data revisione:   23/09/2012