vecchio Piemonte

Curiosità storiche (051)                 

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Identità alpina

Catena del Monviso, verso nord, vista dalla vetta  (fotografia Marco Ingangaro)

 

   Il dibattito in atto da alcuni anni sulla possibilità o meno che possano esistere una cultura alpina ed un'identità di conseguenza, non come modificazioni o adattamenti da altre culture ed identità, ammesso naturalmente che possano a loro volta esistere, ma come espressione e prodotto autoctono e specifico, non sembra poter arrivare ad una definitiva risposta. Difficile dunque addivenire ad una certa omogeneità e quindi  alla stesura di un Protocollo Popolazione Cultura  da inserire nella Convenzione delle Alpi. Portavoce di questa attenzione e preoccupazione  sono stati il seminario La nuova posizione delle Alpi in Europa  svoltosi a Torino nell'autunno 2003 ed il convegno internazionale svoltosi  sempre a Torino nel successivo autunno presso il Goethe Institut in collaborazione con il Comune e la Cipra Italia.

(Le Alpi sono una delle aree montane a più alta antropizzazione. Negli anni novanta, ad esempio, su trecento milioni di europei, circa una settantina vivevano sull'arco alpino, di cui settecentomila in Piemonte. Fonte dati: Un patto per la salvezza delle Alpi, a firma di Remo Guerra, apparso in piemonte,ambiente3, aprile 1992).

Se dunque non può esistere un homo alpinus, non possono di conseguenze nemmeno esserci un homo civicus  o un homo marinus.  L'assenza, grazie a Dio, di un simile orrore mentale e razziale, non impedisce tuttavia che possano sussistere specificità sociali, culturali ed economico-produttive, con relative modalità comportamentali/relazionali, fortemente caratterizzate ed adattate all'ambiente naturale, a tal punto da essere riconoscibili come proprie di questo contesto e, se si vuole, possibili pertanto di un riconoscimento di identità o forse meglio di specificità locale.

Un'identità sommativa e generale in cui possono(o dovrebbero) comunque riconoscersi in parte o completamente anche altre comunità o gruppi  interagenti, ad esempio nel nostro caso con l'ambiente alpino, senza negare naturalmente i loro vissuti (storico, sociale e culturale) e ciò che ne è conseguito. Indubbiamente in questa possibile frammentazione di identità, determinanti sono state le conseguenze  degli eventi storico-amministrativi che hanno direttamente ed indirettamente coinvolto le Alpi . Così lo spostamento o la cancellazione di confini, l'acquisizione o la perdita di territori montani, hanno implicato anche adeguamenti mentali e quindi adattamenti alla nuova situazione, mediando, ed a volte pure  forzando, il passato alle  nuove richieste. Per assurdo se le Alpi fossero state un'area di proprietà o amministrate da un solo soggetto, ci sarebbe stato con molta probabilità una maggior condivisione di esperienze, ma sicuramente, la stessa distribuzione di questa catena montana, con variazioni  climatiche anche molto rilevanti che vanno dalla mediterraneità del tratto ligure marittimo alla nordicità dei segmenti attualmente interni alla Svizzera, Germania ed all'Austria, non avrebbe potuto non produrre scelte comportamentali, sociali, economiche e produttive diverse.

E' stata ed è dunque l'interazione uomo-ambiente a determinare comportamenti che sono poi diventati peculiarità di un dato gruppo, di una data zona. Sicuramente, nel corso della storia, le Alpi furono anche lette come luogo dell'estraniazione, della lontananza dal cosiddetto consorzio civile. Chi cercava questo ambiente, in questa prospettiva di lettura, non era mosso in prima istanza da finalità economiche o produttive, ma sostanzialmente da ricerca di sicurezza e di un nascondiglio. Conservano ad esempio questa motivazione, le leggende  sulla nascita di alcune  comunità. Così, stando nelle valli pinerolesi, quella del Bourcet sarebbe sorta da tre banditi  inseguiti dalle truppe di  Arduino. I fuggitivi in questo non luogo, adottando ed adattando l'efficace immagine usata dall'antropologo francese  Marc Augè per descrivere qui un territorio escluso mentalmente da una possibile antropizzazione, dopo aver trovato rifugio e  tranquillità, completarono la loro sistemazione, entrando poi in relazione (nel riporto narrativo prevale però il concetto di rapimento) con donne del  fondo valle (luogo antropizzato e quindi riconosciuto nella sua funzione di accoglienza dell'uomo), garantendosi così la sopravvivenza e dando origine ai presupposti di una duratura interazione con l'ambiente che li accoglieva.

Altre simili vicende si raccontano per Talucco, dove i rifugiati sarebbero stati i saraceni, e per il nucleo originario  della futura Tavernette, tra Frossasco e Cumiana.

Nel primo caso, secondo la leggenda ed una certa memoria tramandata, la nascita esotica della prima comunità locale sarebbe comprovata dal particolare modo che avevano un tempo le donne del posto di intonare le canzoni, estendendo i suoni vocalici a mo' di nenia. Per Tavernette, il villaggio ubicato ai piedi di Rocca Due Denti, i fondatori sono invece ricordati come dei fuggitivi, termine alquanto generico ma la cui vicenda, in questo caso, potrebbe essere stata influenzata da quanto si racconta in merito a San Valeriano, di cui qui si trova uno dei santuari più popolari. Il milite cristiano della legione Tebea si sarebbe infatti rifugiato in questi luoghi per sfuggire agli uomini dell'imperatore romano che egli si era rifiutato di venerare. Particolarmente suggestiva per la dimensione paesaggistica, è stata infine la scelta ipogea come rifugio, fatta dai Saraceni in alta Val Susa. Ci riferiamo alle loro enormi grotte( tra i non luoghi fisici e metafisici per eccellenza) che si aprono sul monte Seguret, sopra Salbertrand ed Oulx, ed intuibili già nella loro eccezionalità anche dal fondovalle.

In questa prospettiva, probabilmente pure la scelta delle valli, come rifugio, da parte dei valdesi durante il periodo delle persecuzioni, fu influenzata dall'immagine di non luogo che circondava l'ambiente montano.E chi può dire che questo archetipo protettivo non sia stato anche determinante  nella scelta fatta dai partigiani durante la Resistenza? 

Tutto questo  sembrerebbe però un  retrocedere culturale ed un impoverimento nella relazione tra l'uomo e questo ambiente. Come testimoniano ad esempio le incisioni rupestri e/o il riferimento di certi toponimi, si veda il monolito antropomorfo del colle della Vecchia (sopra Pian dell'Alpe, comune di Usseaux), relativo appunto a questa figura, espressione dell'antica religiosità dedicata alla Madre Terra, o il Pergou dar Mariou, il monolito solitario nei pressi di Barma d'Aout, nel vallone di Subiasco (val Pellice), legato ai riti della fertilità, o ai vari siti preistorici della val Germanasca, con  incisioni coppelliformi, figure istoriate e messaggi affidati a pitture in calce, la decisione dell'uomo di aver scelto la montagna proprio come luogo in cui vivere, sentirsi protetto, lasciare il segno sulla pietra della sua presenza, appare inequivocabile  Il fondo valle non era rassicurante, né ambientalmente  sano. Questo rapporto si incrinò quando, con il progredire dell'uomo nel corso della storia, la pianura cominciò ad evidenziare i vantaggi della sua specificità ambientale, traducibili sostanzialmente in assenza di ostacoli e quindi facilitazioni nello spostamento, nella comunicazione e negli scambi commerciali. L'allontanamento fisico dalla montagna determinò tuttavia sotto certi aspetti un nuovo avvicinamento in termini culturali, metafisici, religiosi.(Diversi sono comunque gli orientamenti interpretativi in merito)

Forse fu in questo contesto elaborativo che si rafforzò (nel caso ci fossero già state le premesse in merito) o si delineò definitivamente l'orientamento di porre le divinità in alto. E cosa meglio della montagna  poteva prestarsi  fisicamente e metafisicamente per questa collocazione? Una montagna per di più spesso inavvicinabile nel suo segmento estremo. L'esperienza acquisita dall'uomo non era infatti garante di questo raggiungimento. Quando poi in un'epoca storica ben definita questi pantheon religiosi decaddero a seguito della venuta del Cristianesimo (che per altro confermò comunque la montagna come uno dei luoghi eletti nell'incontro tra uomo e Dio), alcuni luoghi montani  rimasero comunque nella memoria collettiva ancorati agli antichi vissuti socio-culturali ed, in certi casi, il disagio che derivò da questo sovrapporsi di culture, non agevolò certamente il rapporto uomo-montagna. Ma chi contribuì allora ad abbattere queste frontiere mentali e culturali? E' probabile che furono proprio le vittime o i gruppi sociali o religiosi  non accetti o solo tollerati dal cosiddetto consorzio civile a gettare le basi, attraverso la loro scelta ambientale obbligata, di questa riscoperta della montagna. Furono loro, assumendo quasi un nuovo abito mentale neo-rurale, a ricrearsi  montanari, a definire, grazie all'esperienza nel frattempo acquisita , alcuni punti di questa interazione con la montagna.  Ed è su questa premessa ed ipotesi  che non si può pertanto accogliere  un'affermazione come montanari si nasce. Montanari si diventa nel momento in cui  si sceglie di interagire con la montagna, adattando il proprio vissuto sociale, economico e culturale alle richieste di questo ambiente, solo apparentemente statico, in quanto anch'esso partecipa al vissuto del mondo, alle conseguenze delle scelte  dell'uomo, alle sue leggi interne che forse con troppa arroganza si pensa già di conoscere. Chi farà questa scelta di ambiente e di relazione, condividerà sicuramente molte delle problematiche espresse e determinate da questo contesto ma sicuramente le risposte che egli o ella elaborerà non potranno non essere espressione del loro vissuto  storico, sociale e culturale, vissuto in prima persona o collettivamente. .                                                                                                                             

                                                                                                       Diego Priolo

L'articolo, nato da una riflessione sulle relazioni degli esperti che avevano  partecipato al convegno indicato e di cui una relazione dello scrivente, con riporto delle principali tesi esposte, era apparsa sul n. 48/2004 de l'eco del chisone sotto il titolo Esiste una cultura che accomuna gli uomini della montagna?, é stato pubblicato  sulla rivista  La Valaddo nel mese di dicembre  2005.

 

data revisione:   16/07/2006