vecchio Piemonte

Curiosità storiche (057)                  

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L’essere umano ed il rifugio ipogeo montano:

 un rapporto mai del tutto cessato

 

Alcune testimonianze  in Val Chisone  e sulla Rocca di Cavour

Come si cercò di evidenziare nel Notiziario Sbarua 2007/2008, proponendo all’attenzione tre siti  ipogeo-montani  della Val Pellice, la scelta di vivere in una caverna , specificazione   non sempre  poi rispettata nei fatti,  non si è esaurita nel lontano passato. Questa elezione del buco/anfratto /caverna  a luogo di protezione  e di abitazione, momentaneo o “quasi” definitivo, si è protratta  nel  tempo, di certo  fino al secolo scorso e non è detto che qualche sito ipogeo non ospiti ancora  degli esseri umani anche ai giorni nostri. Una scelta sicuramente  in risposta ad un bisogno, ma chissà se in questa decisione, o meglio in questa scelta di luogo, rimasero estranei tutti quei percorsi esperienziali e conoscitivi che accompagnarono i primi incontri tra l’essere umano e questo singolare ambiente, per non parlare della dimensione che si accompagna metaforicamente  in questo ritorno  alla Madre Terra.  Le testimonianze presentate  in questa “puntata” si trovano in Val Chisone e sulla singolare Rocca di Cavour che, nonostante la sua ubicazione in pianura,  è a tutti gli effetti un soggetto montano e, come tale, prospettante  anche un’accoglienza tra le sue rocce. Come priorità nella loro scelta, ha continuato ad esserci la  specificità nella loro antropizzazione ed il peso diretto ed indiretto nel contesto sociale e culturale che li accoglie. Naturalmente è importante ribadire che l’argomento, essendo piuttosto complesso e variegato, può essere letto, affrontato ed interpretato  attraverso   diverse chiavi di lettura e di meta-lettura, tutte portatrici di informazioni specifiche e tutte sottolineanti  lo spessore di fondo. Iniziamo questo viaggio  da: ” la Ca’ ed Peiret “, segnalata allo scrivente anche come o “Ca’ ‘d Pajret” o “ ’l  Pertusd Peyret”, singolare denominazione, vista la loro realtà fisica oggettiva”, di due piccole  caverne ubicate sul versante settentrionale della Rocca di Cavour, affacciato sul paese. Osservandone l’interno e l’esterno sono evidenti ritocchi e piccoli adeguamenti  al bisogno,  come testimonia  una specie di raccoglitore d’acqua qui adattato; un processo di antropizzazione dunque comprovato ma senza stravolgimenti di identità del luogo. Stando alla memoria collettiva locale,  qui sarebbe vissuto, in condizioni quasi di isolamento, un pastore  con questo nome o, stando ad altre voci, qui egli avrebbe trovato rifugio ed accoglienza  quando portava il suo  gregge al  pascolo su questo versante. Nel cartello posto nei pressi dei due “buchi” si parla invece di un eremita come abitante, in compagnia di alcuni ovini e caprini  Secondo  Felicina Boaglio, insegnante cavourese  sensibile alla storia quotidiana  locale,  l’uomo in questione – apprendiamo dal  sito Cavour info, portale della Associazione Turistica Pro Loco Cavour - sarebbe stato un “poveraccio” che aveva trovato in questo spartano ricovero un’accettabilità della vita  come lascerebbe intendere quella specie di giostra rustica in legno che aveva costruito nello spiazzo  antistante l’ingresso del suo rifugio. L’immagine di ovini e caprini al pascolo su questo versante della Rocca  non è comunque del tutto cancellato dalla memoria collettiva.  In prospettiva geo-morfologica, si vorrebbe  che i pertus “locali” fossero/siano  molti di più, si parla di  6/7; effettivamente qualche apertura è individuabile anche sugli altri versanti della Rocca, ma sul numero totale occorre dare ancora tempo alla ricerca. Un paio di leggende  che si presume piuttosto antiche, visto il contenuto e la finalità giustificativa della loro redazione, darebbero un po’per scontato la presenza  nella Rocca  di una specie di grossa “camera”, termine che s’incontra spesso nel racconto popolare per definire un ambiente ipogeo di una certa consistenza ed a cui si accede in genere  attraverso un condotto o un ingresso piuttosto  stretto che cela così la sua presenza all’esterno. I protagonisti di questi racconti sarebbero un gigante di nome Bram, qui finito come punizione per aver  molestato la moglie di Giove… ed un carro d’oro. In merito a quest’ultimo, non mancano  versioni che adattano /ripropongono  parte di  quanto si racconta già in merito a la Tampa di Bo   e cioè  che anche qui sarebbero stati occultati un paio di buoi con l’aratro ancora attaccato o solo un aratro, o un  carro … e naturalmente  tutti d’oro. Se Bram, attraverso un cunicolo (“ulteriore” elemento a sostegno del presunto “vuoto” sotto la Rocca) che  si apriva all’esterno, poteva far sapere agli abitanti del villaggio che sorgeva ai piedi della Rocca che aveva fame, da cui il nome Bramafam, inteso come  “Bram a fam”, dato a questo  rumoroso ospite ed in seguito  assegnato  al sito “geo-morfologico” e militare  sorto dove sarebbe sbucato il condotto, la presenza del forte simbolo della cultura agraria, qui custodito, col passar tempo è stato al centro di una sentita rielaborazione che l’ha sempre più avvicinato al tema del tesoro, credenza che, come registrò una cronaca riportata negli anni venti su l’eco del chisone, ebbe ancora in quel  passato non così lontano, un’attenzione non indifferente. Per andare a scoprire la Ca’ ed Peiret, dall’area parcheggio in “cima” alla Rocca,  sono sufficienti  pochi minuti , seguendo  il  sentiero con indicazione specifica.

La truna du Chelu

Anche la truna du Chelu é  abbastanza accessibile e per di più in pochi minuti dall’area verde  del Malanaggio ( Porte-Val Chisone),  che si apre proprio dove  inizia il  “gir del Goech”, cioè  l’ampia curva di questo roccioso promontorio del “male-andaggio”.  Si tratta  di un piccolo rifugio, costituito  da  un “discreto” ambiente terroso con copertura  rocciosa, che si incontra salendo  lungo il tragitto, “ri-tracciato” e   ben segnato   da alcuni volontari portesi, che dallo spiazzo verde informativo ( cartelli  didattico-scientifici sulla pietra del Malanaggio e su alcuni luoghi  dove è stata utilizzata),  porta  in meno di due ore  a monte Benedetto.(Il percorso è stato classificato   per escursionisti esperti dalla sezione del CAI di Pinerolo) Chelu, forse Michele, stando alla voce popolare più ricorrente, fu  un “picapere”(un lavoratore della pietra con uso frequente del piccone) che aveva eletto questo spazio protetto a sua abitazione  forse perché non abitante della zona. La “truna”, che con molta  probabilità venne  scoperta ed ispezionata anche da Silvio Pellico negli anni che trascorse a Pinerolo o successivamente, dal momento che  proprio in questo contesto territoriale ambientò  una parte consistente della sua cantica Tancreda, la ragazza del Chiusone,  con riferimenti specifici ad alcune peculiarità del posto come l’ubicazione di una sorgente, lettere incise, ecc., diventerà in più di un’occasione, un centinaio d’anni dopo, uno dei rifugi in cui si cercava   protezione durante i bombardamenti dell’area di Villar Perosa. In base a  memorie raccolte negli anni 80 , si sarebbero qui stipate in quelle occasioni  anche una ventina di  persone.

La Tuno Griotto , stando al temine usato, condividerebbe con il soggetto precedente la tipologia del sito e l’individuazione di chi l’ha frequentata. Scoprendola, ed acquisendo i dati connessi alla sua denominazione, si colgono però differenze anche sostanziose .Più che una “tuno”, questo importante buco è una caverna  ospitata in un tratto roccioso  poco sotto lo spartiacque orografico destro della media-bassa Val Chisone, all’altezza di Villar Perosa. Lo si raggiunge  però, in poco più di mezz’ora, con un sentiero  con indicazione specifica  con partenza dalla frazione Ribetti di Pramollo, vallone e zona a cui culturalmente  appartiene il sito,  e dove è possibile lasciare l’auto proprio nelle vicinanze dell’imbocco. Poco distante dalla caverna, la cui ubicazione ed apertura sono strategicamente funzionali ad aiutare chi cerca qui protezione, da cui la sua elezione a rifugio da parte di un gruppo di combattenti valdesi,  una balconata prospetta una suggestiva vista su Villar Perosa e sulla bassa Val Chisone.  La denominazione che  la contraddistingue  sarebbe stata assegnata   dopo che essa  aveva qui ospitato un capitano valdese di nome Griot, ferito da una banda di Francesi, negli anni bui delle persecuzioni religiose. Oltre a riportare questa memoria narrativa redatta da M.B. Meynier di San Germano sul numero di agosto 1902 di Vaudois,  lo studioso Jean Jalla, in Légendes des Vallées Vaudoises, segnalò pure come possibile alternativa di identificazione, un capitano Michele Griot morto a San Germano il 22 agosto 1758, ma da associarsi alla guerra di successione austriaca, conclusasi in Piemonte con  la battaglia dell’Assietta. La  caverna, nonostante  il percorso segnalato, non è proprio di facile individuazione; la sua apertura  é comunque indicata da due segni in azzurro posti sulle rocce ai lati.  L’ingresso  vero e proprio richiede tuttavia, oltre all’indispensabile prudenza, anche  il superamento di un piccolo risalto. D’altra parte furono proprio queste peculiarità a determinare la sua elezione a rifugio e non solo temporaneo. All’interno, il fondo terroso e piatto lascia comunque  intuire un’antropizzazione  del posto che viene  da  ancora  più lontano nel tempo; d’altra parte il vallone che la ospita è uno degli scrigni più importanti del passato preistorico del pinerolese. Attualmente l’ambiente interno,”aerato” pure da una specie di fessura- “finestra” sulla destra entrando e  ritenuto in grado di ospitare una quindicina di persone, é formato da una “stanza” lunga  6/7 metri, per circa 2/3 di altezza e 2 di larghezza,  seguita nella parte più profonda da una specie di basso stanzino lungo un paio di metri.

  

La tuna 'd Maria Morta

Con la denominazione “La tuna ‘d Maria Morta” ”( riportata anche come “tuno”)  si fa riferimento  ad uno dei pochi siti ipogei dell’arco alpino occidentale abitati/frequentati da una donna. Un’unicità che, nel territorio di Fenestrelle dove essa è ubicata, si è rivelata  come uno dei riferimenti “genuini” più conservati nell’immaginario locale. Una presenza  di peso e di valore, ed una misura  di questa incidenza può essere il fatto che addirittura tre “ tune” (buchi, anfratti, in genere terrosi, sebbene l’uso del termine sia anche associato a realtà geo-morfologiche più accostabili alla caverna), sono così denominate. Per molti anni allo scrivente venne segnalata come “la tuna” ‘d Maria  Morta un buco parzialmente terroso e tutto sommato di facile avvicinamento, che si apre a monte delle casermette, quasi alla base di un  modesto pendio, sostanzialmente ancora erboso e che ha visto in questi ultimi 40/50 anni una consistente riduzione del suo spazio ambientale interno; una specie di “stanza cavernosa” sostanzialmente terrosa di base ed abbastanza umida,  con alcuni irrobustimenti  rocciosi .

 La tipologia geo-morfologica del contesto ospitante l’anfratto ed un’attenta osservazione dell’esterno attiguo, lasciano intravedere la possibilità che altre aperture o “buchi” fossero un tempo qui presenti. ( Il fatto che localmente il sito sia anche conosciuto come “lou gutai”,  per la presenza di gocce che cadono dal “soffitto”, potrebbe essere anche un segno della sua singolarità geo- morfologica)  Un complesso ipogeo forse  di una certa consistenza, con una potenzialità di accoglienza un tempo maggiore. Eppure, in questa specie di piccolo anfratto rimasto, che evidenziava fino agli anni cinquanta uno spazio interno più marcato e pertanto, visto quanto si racconta in merito, più funzionale in termini di ospitalità e di ricovero, sarebbe vissuta meno di due secoli fa una donna di nome Maria in compagnia di cani e gatti. Grazie alle informazioni avute dalla sig,ra Raviol Gross Elsa, in occasione  della redazione di un articolo in merito per l’eco del chisone uscito nel gennaio 2010, sappiamo che in questa piccola grotta – almeno stando al suo riconoscimento come la “tuno” del caso -  la donna viveva tutto l’anno; vi accendeva il fuoco e solo di sera, e a volte, la lasciava momentaneamente per raggiungere le prime case del villaggio dei Champs dove soleva trascorrere  qualche ora con le famiglie del posto. Fu probabilmente durante uno di questi rientri che ella sarebbe stata  assalita e sbranata da un lupo. La sua tragica fine, almeno così narrata, venne  però conosciuta solo molti giorni dopo quando  si rinvennero i suoi miseri resti. In un’altra memoria narrativa, Maria, bloccata per più giorni in questo spartano eremo da copiose nevicate, sarebbe invece passata dal sonno umano a quello eterno. Per completare un certo ritratto complessivo, altre memorie  narrative  l’associano  pure alla presenza di alcuni ovini e/o caprini, mentre il suo raggiungere alla sera le case dei Champs, era avvertito dal suo lume che l’anticipava sul sentiero. Ma chi era questa donna e perché questa sua scelta abitativa? Dai pochi dati informativi a disposizione, l’insistenza  su certi particolari sembrerebbe confermare un  triste evento a monte, mentre  l’effettiva presenza di una  donna di nome Maria in questi luoghi sarebbe sostenuta e ribadita anche da un altro toponimo: Roca Maria,  relativo ad un “bric” a pochi minuti dalla tuna, affacciato  sul paese. Tutto questo non  spiegherebbe però il perché della decisione  di andare a vivere  in  questo “non luogo”. Una scelta obbligata per la sua modesta condizione sociale? Perché per qualche ragione esclusa o emarginata  dal gruppo dominante  o dai familiari ? O perché….?

Tralasciando derivazioni di ruolo e di funzione che potrebbero esserle state accreditate, la sua figura o meglio il suo personaggio potrebbero essere una specie di aggiornamento o una significativa rielaborazione  da  veicolare nel tempo di una  delle più forti figure matriarcali degli antichi culti rivolti alla Madre Terra  quale fu la Vecchia/Veja , di cui una forte memoria collettiva si conserva proprio in questa zona,  più a monte, associata ad un colle (della Vecchia) e ad un dente (della Vecchia), singolare spuntone roccioso, ben individuabile salendo lungo il sentiero che conduce al colle e quindi in cima a punta Ciantiplagna…

  

L'ingresso della Tuna 'd Maria Morta

All’inizio di settembre, la collega Daniela Nevache, fenestrellese d.o.c. , conoscendo i miei interessi di ricerca, mi segnalò a scuola che, su informazione ed indicazioni di una sua amica, aveva trovato “ la tuno d’ Maria morta”, quella “vera” come sostengono gli abitanti “de la république  des Champs” ed anche altri fenestrellesi. Fattomi accompagnare  sul posto, luogo non così facile da trovare sebbene disti solo 30/40 minuti dal villaggio indicato, dovetti constatare che anche questo  rifugio aveva/ha motivazioni e riscontri  per essere eletto a tutti gli effetti  come la “tuno ‘d Maria Morta”, e questo a partire dalla sua ubicazione, direttamente a monte della frazione dei Champs,  un collegamento quasi primario tra i due luoghi che ben giustifica la priorità comunicativa di Maria con questi compaesani. La zona, attualmente, può suggerire l’idea di abbandono ma quest’immagine  potrebbe essere consequenziale a  frane ed ingrossamenti del locale rio. Un tempo essa era sicuramente  più accessibile e sicura, come tratti terrazzati e rinforzi strutturali del sentiero lasciano intuire. L’unico aspetto che lascia un po’ perplessi  è l’ “ardita” collocazione della “tuna”, tenendo conto che colei che l’aveva/avrebbe eletta a rifugio non era giovane, e questo  pur ammettendo un contesto geo-morfologico più accogliente e facilitante il suo raggiungimento. A sostegno dell’elezione di questo sito potrebbe comunque anche esserci la stessa fine della donna a causa di un lupo. Esaminando più dettagliatamente questo spartano rifugio, rispetto alla prima “tuno”, esso è decisamente  di più difficile individuazione ed essendo più marcato dalla roccia,  si avvicina  più  all’immagine di una  caverna. Asciutto e lungo circa 3 metri per  quasi  2 di altezza,  presenta internamente delle fessure nelle  pareti che , stando  a quanto si racconta, si sarebbero  prestate  ad accogliere cibo, utensili ed oggetti utilizzati dalla donna. C’è poi  un curioso “finestrino” che permette  di controllare il versante opposto del valloncello. All’interno ci sono tracce di fumo, sebbene questo particolare in qualche “riporto” narrativo, sia da escludersi. Nulla vieta comunque di pensare che questo sito, se non utilizzato da Maria, lo sia stato da parte di altri. Sotto l’aspetto toponomastico , non risultano invece nelle vicinanze altri  riferimenti a questa donna.

Chi desiderasse venire a scoprire questa “comprimaria” singolare testimonianza di ritorno alla protezione della madre terra, dalla frazione dei Champs segua il viottolo-sentiero Via al Tirasegno fino ad una specie di bivio, a circa 20/25 minuti dalla partenza, che sulla destra conduce alla bergerie Sagnette mentre sulla sinistra , due spianate erbose accompagnano al rio. Una volta superato e risaliti sulla sponda orografica destra del valloncello, si scorge un gruppo roccioso di colore giallo-arancione, leggermente più alto. E’ per certi versi la parete esterna della tuna il cui ingresso è infatti posto di lato e non frontale. Se dal bivio è questione di  soli 5/10 minuti, è opportuno tenere a mente che oltre alle difficoltà connesse al raggiungimento del sito nell’ultimo tratto,  la zona a seguito di frane e di ingrossamenti del rio può essere in qualche tratto  piuttosto faticosa e con qualche criticità da superare,  per cui si sconsiglia il raggiungimento da soli e/o senza adeguate competenze  escursionistiche. In ogni caso, ma non come banale motivazione di mediazione, essendo possibili riscontri sull’ipotesi, nulla vieta di pensare che entrambe le “tune” siano state abitate o frequentate  da questa singolare protagonista, in base  ad esempio alla stagione, alle condizioni climatiche, ai bisogni del momento. Una doppia attribuzione dunque corretta nella conservazione del ricordo e nella sua veicolazione nel tempo.

Per concludere ed a completamento informativo c’é/ci sarebbe infine  ancora un’ulteriore “tuno”associata a Maria. Si trova nel valloncello che entra nel capoluogo all’altezza della chiesa dei Gesuiti. L’attribuzione è però meno condivisa e questo anfratto/rifugio, a 5 minuti effettivi” dalla statale e di fatto un buco terroso  coperto/protetto da un grosso lastrone roccioso, potrebbe essersi  ritrovato così identificato proprio a seguito della considerazione collettiva per questo personaggio  e per il fatto che la “prima “ tuna  e Roca Maria non sono distanti

Molto dubbio è infatti un suo utilizzo in questa funzione di accoglienza e di protezione.

Poiché la tuno ‘d Maria Morta è uno dei pochi siti delle Alpi Cozie con una donna come protagonista, e considerando il debole peso sociale  della donna  nella società alpina del passato , questa memoria ipogea  al femminile è una testimonianza di valore da non trascurare.

Diego Priolo            

L’articolo è uscito su SBARUA, notiziario 2009-2010 della sezione  di Pinerolo del CAI

Fotografie di Diego Priolo

 


data revisione:   28/12/2012