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Il lupo nelle nostre valli, tra storia e leggenda

   Dopo quasi cent'anni, il lupo è tornato a popolare l'arco alpino occidentale: un ritorno da taluni auspicato e da altri temuto, ma in ogni caso, un rientro naturale (cioè non favorito né da mezzi di trasporto né "paracadutato", come qualche "storiellina" in merito si ostina a dire ed a trovare purtroppo orecchie che si prestano all'ascolto), su di un territorio che fino a quell'epoca lo aveva visto tra la sua fauna stanziale.

   L'ultima uccisione, al momento accertata (1), di un lupo nel pinerolese, e probabilmente dell'intera provincia di Torino, avvenne infatti la sera del 4 ottobre del 1905, un sabato per la precisione, al Colle Parabue, a monte dell'abitato di Talucco capoluogo, e l'abbattimento fu casuale ed inaspettato. L'uccisore, un talucchino di nome Cucetto Giuseppe, si era recato in quella zona per cacciare volpi ed il suo sparare alla "grossa bestia", fu quasi un atto istintivo di difesa. Il timore poi di aver ucciso il grosso cane di un pastore di Frossasco che portava lassù gli animali al pascolo, lo indusse ad allontanarsi dal luogo per evitare discussioni. Fu un altro talucchino, un certo Bianciotto, che andava a sistemare delle trappole per tordi, a rinvenire poco dopo il lupo morto ed a scendere subito in paese a dame l'annuncio. Il caso volle che egli incontrasse per primo proprio il "fortunato" cacciatore, ancora scosso dall'avventura accadutagli. Nei giorni successivi, per questo fatto, venne concesso al Cucetto il premio previsto per l'uccisione di animali nocivi da parte del Consorzio agrario di Pinerolo, ma ciò che lo gratificò di più, fu la fama che lo accompagnò per tutta la vita e soprattutto il fatto che l'impresa ebbe una tale eco da divenire presto oggetto di rielaborazione, fino a trasformarsi in racconto popolare, patrimonio collettivo di tutta l'alta Val Lemina.

   Fu proprio partendo dalla memoria leggendaria della vicenda, raccontatami dai sigg. Remigio e Giuseppa Brun dei Dairin Superiori, una decina di anni fa, che mi fu possibile ricostruire l'evento, trovandone poi conferme, come nella lunga relazione ufficiale apparsa sul settimanale La Lanterna Pinerolese del 21 ottobre 1905. La leggenda si limitò infatti a dare colore e sentimento alla cronaca venatoria, come nella scelta dei proiettili utilizzati: le "brochette", i chiodini usati un tempo dai calzolai per fissare il cuoio allo zoccolo di legno, o nell'operazione di esposizione alla pubblica ammirazione dell'animale morto, appeso ad un bel "poumé" vicino alla chiesa.

   Prima di Talucco, sappiamo dai giornali (cronache sempre in risalto) di abbattimenti principalmente nel tratto inferiore della Val Chisone e soprattutto concentrati nell' ultimo ventennio del XIX secolo.

   Così dell'esemplare ucciso il 20 settembre del 1893 da parte di un certo Prinzio Antonio, allora diciottenne, e dal suo amico Giustetto, fu fatto dono al tenente Agnelli che lo fece trasportare al suo castello dove fu messo in mostra per i curiosi di Villar Perosa e di S. Germano (La Lanterna Pinerolese del 23 settembre 1893). Nel settembre del 1897 in regione Pramarin, sempre nel comune di Villar Perosa un altro veniva ucciso (mentre un terzo sfuggiva alla cattura) da parte di Prinzio Battista, Bruno Francesco e Damiani Felice, che furono successivamente ricompensati dalla Prefettura di Pinerolo. Considerando la valenza informativa insita nel racconto popolare, una conferma di una sostanziosa presenza del lupo in questa zona, è sottolineata anche dai numerosi racconti del Vallone del Risagliardo e del territorio compreso tra Prarostino, Inverso Porte e San Germano, raccolti e pubblicati da Clara Bounous, che vedono appunto l'animale tra i protagonisti.

   Che il XIX secolo vedesse ancora una presenza significativa di questo predatore nella nostra zona, è documentato pure dagli editti che la stessa città di Pinerolo dovette promulgare per far fronte al problema. Così un bando prefettizio del 1816 emesso dall'Intendente di S. M. della città e della provincia di Pinerolo istituiva premi per la cattura di lupi, mentre il Sindaco di allora, attraverso manifesti, sollecitava a partecipare a battute di caccia all'animale. Anche la pianura non era in ogni caso risparmiata dalle sue scorrerie; ce lo ricordano un documento dell'epoca riferito a Piscina, e la cattura di un esemplare nei boschi di Stupinigi nel 1834 (fonte dato: Riccardo Brunetti, Riv. Piem. St. Nat. 5/84).

   In alta Val Chisone, escludendo una voce, che stando principalmente ai "sentito dire" voleva una cattura (tuttavia mai provata) di un "presunto" lupo alla fine degli anni venti o inizio anni trenta tra Roure e Pragelato (diverse sono infatti le collocazioni del fatto), il lupo si estinse probabilmente nella prima metà del XIX secolo. Fu un'estinzione "benvenuta" che poneva termine ad una dura competizione con l'uomo in termini di cibo e di risorse alimentari, con evidenti ricadute economiche, ma pure ad una paura concreta per la sicurezza personale, come si tramanda a Bërgje nei pressi di Gran Faetto, nel comune di Roure, dove di sera si chiudevano le porte del villaggio per impedire l'ingresso dell'animale (fonte F. Bronzat) o più a valle, nella frazione Chargeoir, quando si fa riferimento a quella specie di maglio collocato a "la Porta" ed azionato dall'acqua canalizzata del rio Bourcet, congegno che quando di notte veniva messo in azione, produceva colpi così sonori battendo su di un tronco cavo, da tenere lontani i lupi che scendevano giù dal vallone (fonte U. Piton).

   Per non parlare delle minuziose cronache in merito, riportate da Don Michele Mensa nella sua ricerca storica su Pragelato (editore Alzani), là dove si parla di 15 bambini e tutti sotto i 15 anni, uccisi nel solo 1710 (p. 229) (certamente il fatto di essere impiegati fin dalla tenera età a custodia del bestiame al pascolo li esponeva molto al pericolo), e di altre vittime, in genere sempre giovani, a Fraisse, Villaretto, Meano, Balma, Mentoulles, Villardamond ed Allevé (nel territorio di queste due ultime frazioni, il lupo sarebbe stato avvistato fino al 1840 (pag. 310). Gli anziani di Traverse, scrive il Mensa, erano inoltre per certi versi quasi avvezzi alla sua presenza, che con il termine "musierurs", chiamavano i lupi che, a causa delle grandi nevicate primaverili, scendevano a valle ed ululavano alle "Furnasse", al di là del Chisone, di fronte alla loro borgata.

   Naturalmente la voracità del lupo era anche proporzionale alla carenza di cibo in genere e alla potenza evocativa della sua figura mitica e simbolica (in certe culture è addirittura un animale cosmogonico, quindi culturalmente totalizzante e primario), che ovviamente usciva ancora più rafforzata ed ingrandita in epoche di fame e di carestia. Se la sua capacità predatoria è indubbiamente grande e potente, altrettanto effetto faceva il suo ululato, soprattutto di notte quando l'oscurità accresce paure e limiti conoscitivi. Tra le varie credenze, retaggio di diverse culture che si sono in qualche modo poste in relazione con questo animale, la licantropìa, cioè la possibilità che un individuo potesse trasformarsi momentaneamente in un lupo, a seguito di incantesimo o per aver indossato la pelle dell'animale, è quella che ha trovato maggior credito, adattamenti e capacità di suggestione.

   Tra questi, singolare è il "loup butunà" che si nascondeva in una balma nell'alto vallone di Grandubbione, impedendo così ai pastori di mettervi le greggi al riparo, e che si salvava sempre dai proiettili sparati per snidarlo, proprio perché poteva cambiar pelle... sbottonando quella sforacchiata dai pallini.

   Un altro simpatico racconto sul tema, affidato alle pagine de La Lanterna Pinerolese del 18 aprile del 1925 da Batistin de Lapé, nome de plume di Giovanni Battista Guigas, segretario comunale di Pragelato e ricercatore di tradizioni dell'alta VaI Chisone, ha come protagonista il titolare di un'osteria che esisteva all'inizio del XIX secolo a Pragelato in via de l'Oche, con una singolare insegna numerica: "0 20 100 0", che letta in francese era una buona promozione per il locale. Costui, assopitosi una sera per i postumi di un'abbondante bevuta, sulla lettura dell'egloga virgiliana che parla di trasformazioni di individui in lupi, svegliatosi improvvisamente e non ricordandosi più di essersi coperto con un mantello di pelle di pecora nera, credette di essersi trasformato in un "loup garou" (un lupo mannaro) e subito si precipitò fuori nella strada ad urlare finché un giovane nipote non lo ricondusse alla saggezza e alla ragione. In Val Germanasca, sono soprattutto i racconti, (quelli di Carlo Ferrero in primo luogo), e la toponomastica popolare, a tramandarci la presenza del lupo, più di casa... nei valloni di Faetto e di Riclaretto e nel tratto inferiore della valle, tutti territori confinanti con altre aree valligiane interessate dalla presenza dell'animale.

   Venendo ai giorni nostri, in base ad avvistamenti ed alla loro consistenza informativa, cuccioli di lupo sarebbero già nati nel parco naturale del Bosco di Saltbertrand, mentre un piccolo branco composto da tre individui fu addirittura filmato nel '98 in due occasioni, da un giovane videoamatore, Stefano Polliotto, in alta Val Chisone sullo spartiacque con la Val Susa. Recentemente, infine, nel febbraio '99, due esemplari sarebbero stati avvistati in Val d'Angrogna, stando ad una segnalazione apparsa su l'Eco del Chisone. Poiché‚ l'animale in questione è solito dominare su di un territorio piuttosto vasto, non è escluso che si tratti sempre degli stessi lupi.

   Significativo rimane in ogni caso il fatto che con il ritorno di questo predatore si sia rimesso in moto tutto quel mondo di parzialità informativa, di paure, e di luoghi comuni sul lupo, naturalmente aggiornati nella contestualizzazione, nel lessico e nelle motivazioni alla base dell'utilizzo, che da sempre accompagna il rapporto dell'uomo con questo animale, quasi a sottolineare che l'accettazione del predatore naturale nella nostra mente è ancora lontana e soprattutto non sgombra da modelli mentali riduttivi e da banale buonismo.

   L'immagine del lupo che cerca tutti i pretesti per sbafarsi dell'agnello permea ancora molto il giudizio di fondo, e l'immagine del lupo ammansito da San Francesco è forse troppo agiografica per contrastarne gli effetti. Per non parlare infine dell'ambiguo rapporto tra Cappuccetto Rosso e il suo insidiatore... Il lupo è e rimane un predatore perché questa è la sua funzione e il suo ruolo nel contesto ambientale che lo prevede come suo elemento dinamico, ed è su questa premessa che bisogna pertanto costruire una convivenza possibile. Come predatore, esso può "effettivamente" incidere sugli allevamenti e sugli animali all'alpeggio (i rimborsi degli enti provinciali preposti a questo compito, ne sono una conferrna) ma la sua potenzialità predatoria, consigliano gli esperti, potrebbe essere contenuta e controllata, agevolando, ad esempio, chi lavora in attività silvo-pastorali, nel dotarsi di cani pastori di particolari razze a protezione degli animali al pascolo, di "speciali" tipi di recinzione, e suggerendo nuovi orientamenti nella gestione dell'alpeggio.

   Tra l'altro gli stessi esperti asseriscono che branchi di cani randagi ("reinselvatichiti"), dal momento che non riconoscono più chiaramente codici comportamentali appresi, possono essere ben più pericolosi del lupo per il patrimonio faunistico e per gli allevamenti, come sottolinea un articolo de l'Eco del Chisone (aprile '99) in merito a 36 pecore uccise da due cani randagi nel comune di Revello. Ma di questi disperati, perché vittime e prodotto dell'egoismo e dell'irresponsabilità umana, si preferisce non dire troppo. Per di più di notte, questi non ululano nemmeno poi tanto.

(1) Nel febbraio del 1907 ci fu infatti un abbattimento con bastoni e tridenti nei pressi della cascina Valori in zona San Michele di Bricherasio da parte di un certo Masoero aiutato da altri abitanti del paese. Il corpo dell'animale venne portato alla SottoPrefettura di Pinerolo per la riscossione del premio (allora fissato in L. 80), su sollecitazione dello stesso sindaco, ma non è del tutto chiaro se ciò poi effettivamente avvenne. Tra l'altro il veterinario incaricato della visita fu "dell'avviso che non si trattasse effettivamente di un lupo allo stato selvaggio, ma piuttosto di un lupo che stanco forse della vita relegata dal consorzio civile.., avesse dato addio alla ferrea gabbia di qualche serraglio di bestie feroci...".
Nell'articolo si faceva inoltre riferimento ad un altro lupo abbattuto in zona nei mesi precedenti; di questo caso, al momento, non si sono però trovate conferme nella cronaca del tempo.

                                                                                                    Diego Priolo


(Articolo di Diego Priolo tratto da "La Valaddo", n. 4, dicembre 1999 - disegno di Tiziana Rajmondo)

Per approfondimenti sull'argomento si consigliano gli "speciali":
"l'ululato del lupo / il ritorno del predatore" e "mai gridare al lupo / la convivenza possibile" del mensile Piemonte Parchi - Regione Piemonte (Cascina Le Vallere, Corso Trieste 98, 10024 Moncalieri, Torino).
"Non gridare al lupo", a cura del Servizio Tutela della Fauna e della Flora, della Provincia di Torino, Via Lagrange 2.
Per i racconti locali sul lupo si è fatto riferimento a Leggende e Tradizioni del Pinerolese a cura di D. Priolo e G.V. Avondo, C.D.A. Torino, 1998.

data revisione:   16/07/2006