vecchio Piemonte

Curiosità storiche (043)                 

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Incontri con le nostre montagne
Tra le montagne delle valli pinerolesi entrate nella leggenda

Monte Vandalino (m. 2121)  (foto tratta da http://www.alpioccidentali.it/vandalino.htm)

 

   Diversi sono i bisogni che hanno richiesto e regolamentato il rapporto dell'uomo con la montagna. Se oggigiorno una consapevolezza ambientale in senso lato, un'attenzione estetica, contemplativa e sportiva sembrano le premesse e le ragioni, esplicite o mascherate, a questo incontro, nel passato la quotidianità si aspettava dalla montagna innanzitutto risorse e difesa, e quindi mediazioni con dimensioni meno tangibili ma altrettanto forti nella richiesta. Si pensi al rapporto dell'uomo con il divino. 

   Ma il rapporto con la montagna non si esaurì nel soddisfacimento di questi bisogni; ci fu un qualcos'altro poco definibile che saldò ulteriormente questo legame, un qualcosa che si formò spontaneamente e che nello stesso modo portò alla elezione di certi luoghi ed alla minore considerazione per altri. Non furono infatti necessariamente le montagne più imponenti ad essere toccate da un simile privilegio, ma spesso anonime alture. E su questa sommaria premessa, proviamo ora a comprendere le ragioni di una simile scelta in relazione ad alcuni monti del nostro territorio. (Sull'argomento, Sbarua ha già ospitato nel passato alcuni testi dello scrivente in relazione al Freidour (Val Lemina) all'Albergian ed all'Orsiera).

   Il Friouland è quella possente montagna che, guardandola da Pinerolo, in direzione sud-ovest, appare con una doppia punta appena accennata, e che, man mano ci si avvicina ai suoi piedi, nasconde alla vista addirittura il Re di Pietra: il Monviso. Dalla Val Pellice e dalla Val Po la prospettiva cambia piuttosto con una forte evidenziazione della sua lunga e massiccia sommità che funge anche da deciso spartiacque e che nel suo prosieguo in direzione ovest incontra la Sea Bianca, il colle della Gianna, il colle dar Moine. Diverse sono le comunità che la sentono propria; a partire dalla Val Pellice a Rorà, da Lusernetta a Bibiana, da Bagnolo a Crissolo; ma anche altre sono state colpite dalla sua altezza: oltre 2700 metri, dalla sua autorevolezza, dal suo immediato riconoscimento e nondimeno da quel qualcos'altro poco definibile a cui si faceva cenno nella premessa. 

   Sono in molti ad aver raggiunto la cima e sono altrettanti coloro che, come richiamati, hanno ripetuto più volte l'impresa. Una salita fattibile ma non banale, comportante anche il superamento di pendii di un certo rispetto. A conferma di questa sua accessibilità, c'è pure il fatto che la sua conquista non è stata registrata ufficialmente nella letteratura alpinistica. Il suo oronimo sembrerebbe derivare dagli aggettivi latini frigulentus o da frigidus, entrambi connessi al concetto di freddo, mentre se si accettasse la grafia attualmente riportata, ritenendola non frutto di adattamenti in senso lato, nel finale land potrebbe esserci un richiamo all'omonimo termine provenzale indicante un luogo piano. Abbinando pertanto i due termini, ci troviamo di fronte ad un'indicazione di un luogo piano e freddo, immagine complessivamente riscontrabile nel crestone che caratterizza la sua cima. 

   Nella guida alpina del Ferreri, edita nel 1923, oltre alla riflessione sull'oronimo Frioland, che secondo l'autore dovrebbe più esattamente pronunciarsi Frioulent, veniva riportato pure il suo secondo nome e cioè Testa di Peira Scritta (dal provenzale Peiro Eicrito: Pietra Scritta), senza però l'aggiunta di spiegazioni in merito. 

   Anche la segnalazione di Martelli e Vaccarone nella loro guida alpina, edita una quarantina di anni prima di quella del Ferreri, e cioè che questo monte fosse stato considerato una montagna sacra, venne fornita senza ulteriori spiegazioni. Le tradizioni e la dimensione narrativa del territorio che ha contemplato il Frioland nel suo patrimonio culturale non sembrano aver conservato tracce di questa attribuzione. 

   Ma l'insolito riconoscimento e la seconda denominazione non sono stati certamente gratuiti. Forse qualche indizio indiretto potrebbe essere suggerito da quel sentiero (attualmente parte del tracciato del GTA) che da secoli corre ai suoi piedi, collegando la Val Pellice alla Val Po attraverso il colle delle Porte, e che si snoda tra tracce ormai esili di antichi insediamenti, come indicano coppelle ed altri segni lasciati sulla pietra. Anche le barme (quella nei pressi della sorgente di Barma Scura - riportano Martelli e Vaccarone - era in grado ad esempio di ospitare oltre 300 pecore) e le aperture nei pressi del colle, che davano accoglienza e protezione, potrebbero raccontare qualcosa, come pure il minuscolo lago degli Uvert sopra Pian Frollero (Pian Frouler), unico specchio lacustre della Val Luserna e che anno dopo anno vede la sua superficie sempre più ridotta, come la vita che aveva luogo poco distante dalle sue sempre più incerte sponde. Nella guida alpina Martelli /Vaccarone il piccolo invaso è denominato la Peschiera, termine che veniva in genere adottato quando l'invaso, di norma molto modesto, veniva usato durante la stagione dell'alpeggio come riserva di pesca e soprattutto luogo di allevamento di rane, spesso l'unica carne nella dieta dell'alpigiano. 

   Il monte Vandalino, quasi dirimpettaio sull'altro versante della Val Pellice, sembra voler contrastare l'imponenza del Friouland nonostante siano ben 500 i metri che li differenziano in altezza. Una competizione giocata soprattutto sull'attenzione e sull'interesse che questi monti suscitarono tra le comunità con cui entrarono in relazione, e che per il Vandalino, sostanzialmente per motivi di vicinanza ed accessibilità, sembrerebbero essersi conservati più a lungo.

    La sua conquista, mi si perdoni l'espressione, avvenne probabilmente all'interno di un'azione tesa a raggiungere ed a conoscere nuovi territori di caccia e quindi di pascolo. Lo testimoniano i segni lasciati dall'uomo preistorico e le credenze e le narrazioni che lo vedono palcoscenico, le quali al di là dei camuffamenti e degli adeguamenti intervenuti nel corso del tempo lasciano ancora intravedere i probabili bisogni originari che sottostettero alla loro redazione. 

   Ma partiamo dal suo aspetto e dalla sua collocazione quasi a ridosso delle comunità che vissero ai suoi piedi. Casualità o il prodotto di un'evoluzione di cos'era in origine il Vandalino? Il bisogno di giustificare la forma trovò soddisfacimento, ritenendo il monte in origine un vulcano. Per di più la punta mozza del Castelluzzo, oronimo che nell'accezione Castelus venne letto da Eugenio Ferreri come castello aguzzo, si prestava bene a suggerire l'immagine di un cratere laterale. La credenza nel vulcano Vandalino andò comunque ben oltre la dimensione folclorico-popolare, a tal punto che nel 1808 quando un violento terremoto scosse il pinerolese, le autorità per tranquillizzare la popolazione furono costrette ad inviare sul monte un gruppo di studiosi per appurare e confermare che nessuna bocca si era aperta in seguito all'evento. Una traccia di questa presunta origine potrebbe essersi conservata nel detto e nella credenza, secondo i quali la neve non si fermerebbe mai sulla sua cima in quanto il posto si avvantaggerebbe ancora per gli effetti del passato vulcanico. Una credenza naturalmente non esclusiva di questo monte ma a differenza di altri, qui non sostenuta da particolari fantasticherie. 

   Anche la notte metaforica che calava lungo i pendii più scoscesi o i boschi più fitti del Vandalino risentiva di una contenuta eccezionalità . Si riteneva infatti che Lou Chaloun, molto probabilmente la lince, anche nel caso che l'articolo fosse una forma tronca di Loup, in quanto il felino veniva nel passato denominato pure lupo cerviero, abbandonasse di sera questi suoi territori per scendere a valle dove si sarebbe sbarazzato di chiunque fosse risultato inferiore al suo corpo proteso in avanti con le zampe anteriori sulle spalle della potenziale vittima. Naturalmente la scelta di questo animale non era stata determinata dall'effettiva specificità comportamentale e zoologica della sua specie, ma piuttosto sulle sue abitudini notturne, elusive, che impedendo la sua conoscenza lasciavano spazio a supposizioni ed elaborazioni. Tutto questo senza dimenticare poi l'uso strumentale del Chaloun, come efficace deterrente per far smettere i bambini di fare i capricci o ad indurli a non stare troppo fuori di sera. 

   Anche le fate presero residenza su questo monte e questo avvenne quando una loro comunità abbandonò il vallone della Sparea, per rifugiarsi qui in una grotta dove avrebbero continuato a forgiare campanelle, il cui suono sarebbe proprio l'indizio per individuare il loro rifugio. 

   Ma al di là di questa memoria ferica, la presenza di anfratti e grotte (termine che non sarebbe il più appropriato per definire simili soggetti ipogei) caratterizzò anche la relazione di parte della comunità locale con il Vandalino in un'oscura stagione del passato valligiano. In una delle cavernose grotte che si sprofonda nelle viscere del Vandalino ed a cui immette un sentiero angustissimo che un solo uomo ha la forza di proibire - per rispettare le parole di Jacopo Bernardi nel 1865 in Pinerolo ed il suo Circondario- e che possiamo presumere trattarsi del Bars d'la Tajola, la montagna rinnovò a chi veniva perseguitato, in questo caso la popolazione valdese, la sua offerta di rifugio e di protezione. Un'identificazione del sito ipogeo resta però aperta. Come lo stesso autore, la cui opinione verrà ripresa e condivisa da John Ball nella sua guida delle Alpi Cozie, edita a Pinerolo nel 1875, riportò: sul fianco orientale del Vandalino si aprirebbe un'altra caverna, all'interno alta e spaziosa tanto da poter raccogliere un buon numero di persone  ma a cui si può accedere solo con una fune o con una scala di corda. Questa grotta sarebbe servita da rifugio ai valdesi durante le persecuzioni, ma già in precedenza, nel secolo X, sarebbe già stata abitata da gruppi di Saraceni, come suggerirebbero i toponimi Porta Sarasina, Fontana Sarasina nelle vicinanze. (In entrambi gli autori le due grotte sono comunque ben distinte nella presentazione).

   Oggigiorno questo monte, come altri simili, ha perso un po' di quel fascino evocativo del passato, un'evoluzione naturale e scontata e forse sono pure meno le persone che ne percorrono ancora i sentieri, e che raggiungono la cima. Chissà se il proverbio meteorologico popolare: se il Vandalino ha il cappello o fa brutto o fa bello, salomonico responso adottato anche per altri luoghi, e tra le ultime testimonianze di questa antica relazione, non conservi pur sempre una traccia delle attese che consciamente e fantasticamente furono poste su questo silenzioso custode all'ingresso della Val Pellice! 

   Circa la sua denominazione, nel dizionario di toponomastica piemontese di Dante Olivieri, si legge che essa deriverebbe dal nome germanico di persona Wandalus, con uno specifico richiamo dunque alla tribù germanica barbara che in epoca romana sarebbe passata o si sarebbe stanziata su queste terre. Non è tuttavia da scartare l'ipotesi che in origine ci fosse un altro termine ad identificarlo e che l'attuale non ne sia che un adeguamento linguistico. Curiosamente le prime guide alpinistiche che descrissero la zona ignorarono il Vandalino come meta specifica di un percorso, limitandosi a collocarlo nell'apporto informativo generale relativo a Torre Pellice, o meglio a Torre di Luserna. E questo non per svalorizzarlo ma piuttosto come un'ulteriore riprova della sua familiarità e della sua lunga relazione che intercorse con chi visse ai suoi piedi.

   Il percorso per il Colle della Vecchia con partenza dalla casa cantoniera prima del Colle delle Finestre, a monte di Pian dell'Alpe, utilizza una delle strade militari che corrono lungo la parte sommitale del lungo spartiacque Val Chisone/Val Susa e che caratterizzano il tratto valligiano da Fenestrelle a Sestriere. Il Colle in questione è raggiunto oggigiorno da chi pratica un escursionistico tranquillo seppure in quota; d'altra parte la stessa Punta Ciantiplagna, la massima elevazione di questo tratto con i suoi 2849 metri, a cui si arriva proseguendo e con una prospettiva panoramica di tutto rispetto, è una meta accessibile e familiare.

   Come per il Vandalino, fu la presenza di pascoli ancora sfruttabili nonostante l'altezza, ad indurre la sua scoperta ed il suo ingresso quindi nella dimensione conoscitiva ed esperienziale dell'uomo. Un incontro presumibilmente molto antico come farebbero intendere la sua denominazione e soprattutto il riferimento concreto in loco: il monolito della Vecchia. Inoltre anche in questo caso, l'acquisizione di questa zona montuosa nel patrimonio conoscitivo collettivo locale fin da epoche lontane, ha declassato alpinisticamente il sovrastante monte Ciantiplagna, nemmeno considerato nelle prime guide alpiniste, mentre il colle, che si presume fosse piuttosto utilizzato dai pastori, veniva in genere riportato come de la Veille o di Vallon Barbier

   Ma torniamo al monolito già ben distinguibile salendo, quando si incontrano i tornanti sottostanti il colle, e ben osservabile, una volta raggiunto, dal momento che sorge a lato della strada militare. Si tratta di un masso compatto che, una volta conosciuta la memoria narrativa associata, lascia anche intendere una sua forma antropomorfa. Secondo la leggenda, esso sarebbe la trasformazione di una vecchia di carnagione scura e vestita di nero che qui viveva, dopo che una notte protesse con il suo nero mantello due pastorelli che dai pascoli di Pian dell'Alpe erano fin qui risaliti per cercare un agnello che si era smarrito. L'indomani quando i pastori ritrovarono i due bambini con il loro ovino, della temuta vecchia non c'era più traccia, mentre un monolito sorgeva ora dove i piccoli avevano trovato rifugio. Un racconto in apparenza semplice, forse fin troppo buonistico, ma che proprio nel personaggio della Vecchia e nel suo comportamento conserva una sicura memoria di quella forte affettività che caratterizzò le prime espressioni religioso-culturali delle popolazioni che qui vissero nel lontano passato. 

   La Vecchia dunque come epigono dei culti rivolti alla Madre Terra ed alle altre figure matriarcali che costituirono ancora in epoca storica la religione delle comunità che vivevano nelle alte valli. Dispiace che la Vecchia, nera come la terra (Madre Terra) e dunque creatura ctonia e non malvagia o cupa per questa sua dimensione cromatica, venga spesso ora tratteggiata come sinonimo di strega, di vecchia pericolosa e sdentata. Quest'ultima immagine è infatti anche quella che viene veicolata in questo caso, dove il monolito non ricorda più un atto di generosità ma il dente appunto di una vecchia strega, da cui l'altra denominazione che contraddistingue il sito e cioè : Dente della Vecchia.

   A sottolineare l'importanza di questo personaggio, naturalmente nella sua genuina ed originaria figura, tra le memorie più antiche di religiosità alpina, ci sono anche i toponimi (ad es: il Colle, il lago, la Punta e le Grange della Vecchia in Val Cenischia) e le tradizioni (ad esempio quella della Val Germanasca dove la Vecchia sarebbe quell'anziana donna che i giovani intenzionati a raggiungere di sera Perrero, potevano incontrare nei pressi del Ponte Rabious ed acquisire il diritto di proseguire baciandole il fondoschiena). Una metafora che sottintende un chiaro rito di iniziazione o di ingresso nella vita adulta, e che chiede appunto un pegno da pagare (in altre situazioni una prova da superare) e chi meglio di questa figura, archetipo materno di spessore, poteva sancire l'effettiva adeguatezza di un giovane ad entrare nel mondo dei grandi ?

   Pure per il Ghinivert (o Eiminal: antica misura adottata soprattutto per i cereali), uno dei tremila delle valli pinerolesi e per il Colle del Beth (o Bet), sullo spartiacque con l'alto vallone di Massello, a quasi 2800 metri di altezza, sul versante orografico destro della Val Troncea, l' incontro con chi risalì per la prima volta i loro versanti si perde nella notte dei tempi. Un incontro orientativo iniziale per conoscere e scoprire nuovi territori, ma che con il passar del tempo si stabilizzò forse rinvenendo proprio cosa qui si trovava in superficie o si nascondeva poco sotto. Un rinvenimento minerario che sperimentazione dopo sperimentazione dovette rivelarsi particolarmente utile all'uomo del passato, a tal punto da indurlo in seguito a non più limitarsi a cercarlo in superficie ma anche nel sottosuolo. D'altra parte i buchi e le aperture nella terra non generavano paure, ma il procedere era lento e faticoso con la dotazione strumentale di cui l'uomo poteva disporre. Probabilmente furono queste tra le concause che determinarono successivamente un calo di interesse per questo sito e di conseguenza una minore frequentazione del posto. Dalla documentazione storica, sappiamo infatti che la storia mineraria del Beth, riprese e si concentrò soprattutto dalla seconda metà del XIX secolo al 1914, sebbene l'immane tragedia degli ottantuno minatori travolti ed uccisi da una valanga, il 19 aprile del 1904, avesse di fatto già anticipato la fine dell'attività estrattivo-trasformativa. 

   Nel lungo lasso di tempo precedente, l'assenza dal colle fu tuttavia sostanzialmente più fisica che mentale. Almeno questa è la sensazione che si avverte considerando la produzione narrativa valligiana, memoria del vissuto collettivo e del valore o meno attribuito ai momenti che più l'hanno caratterizzato, e che pur nel mascheramento e nelle rielaborazioni intervenute, sembrerebbe contemplare proprio questo lungo intervallo. Un'indagine comunque complessa a partire dalla definizione del contesto, per certi versi preciso e per altri indefinito nello stesso tempo, e riflessasi poi nel contenuto, nei personaggi coinvolti, come pure in qualche caso nell'eccessiva abbondanza di riferimenti storico-culturali. Partiamo dal tema-metafora del tesoro qui nascosto. Poiché la pirite (calcopirite cuprifera) qui estratta veniva popolarmente letta come la cugina povera dell'oro, ed il minerale in questione non rispondeva più ad un'immediatezza quotidiana di utilizzo, ma contemplava già una scala di valore ed una struttura culturale ed economica di riferimento ben consolidate, è presumibile, osservando anche la questione in altri contesti valligiani, che la sua redazione risalga a prima del medioevo con successive conferme nei secoli fino a poco prima della ripresa di interesse per il sito. 

   Anche la scelta di personaggi insoliti quali il drago e la fata nel ruolo di custodi agli ingressi di questo mondo minerario sotterraneo, se non memorie collettive di figure ancora legate al territorio del mito, che nel caso in questione, potrebbe essere quello dell'età aurea o del paradiso, ma ormai decadute (in una prospettiva di analisi in chiave Proppiana) nella loro funzione/ruolo originari, potrebbe ben inserirsi in questa proposta interpretativa. Essi potrebbero essere infatti espressione di una lettura dicotomica di un certo simbolismo manifestatosi principalmente in chiave interpretativa religiosa in epoca medioevale. La miniera non più via per raggiungere il minerale, ma ingresso al mondo sotterraneo, alle sue oscure dimensioni, al suo regno fisico e metaforico senza luce. Una lettura culturalmente pesante ma che si andava sempre più imponendo e soprattutto consolidandosi. 

   Difficile affermare in ogni caso che a questo periodo risalgano pure le redazioni delle leggende del colle che saranno poi trasferite in versione scritta all'inizio dello scorso secolo e caratterizzate per l'appunto da nomi di nobili valligiani (della val Germanasca) in un tentativo palese o meno di storicizzare i fatti . Purtroppo la giusta scoperta della cultura popolare in epoca romantica comportò pure in alcuni casi un'idealizzazione acritica di queste testimonianze, il che nel racconto popolare significò versioni scritte non come trascrizione diretta dalla fonte, ma come prodotto di aggiustamenti, abbellimenti e pure di pesanti rinforzi di contenuto. 

   Non manca inoltre nel tema narrativo del tesoro l'indicazione ammonitrice e moraleggiante sul fatto che la sua conquista richiedesse un alto prezzo da pagare in termini di prove da superare. Una sfida comunque da tentare, perché le immagini scelte per descrivere questo premio, erano fortemente evocative di abbondanza, di ricchezza, di non più preoccupazione per il domani. Così una pentola colma di monete d'oro, poteva essere portata via dal colle, se una volta individuata, non si distoglieva lo sguardo da essa durante il disseppellimento. Un vecchio massellino recatosi sul posto con un giovane nipote stava ormai per riuscire nell'impresa quando distolse lo sguardo per impedire che la fata nera, custode di quel tesoro, accecasse (possibile metafora di negazione di conoscenza) il bambino. La sorgente che stillava gocce auree zampillava invece nei pressi del lago Majour (l'invaso di forma tondeggiante che si scopre appena sotto il colle sul versante di Massello), ma anche in questo caso il prelievo di questo insolito tesoro liquido richiedeva un'impresa impossibile, quale quella di effettuare l'intervento di notte con una candela che non doveva assolutamente spegnersi, nonostante il vento spazzasse continuamente il colle...

   Ma la dimensione sotterranea del Beth e forse psicologicamente la più profonda, era evocata dalla presenza di una bellissima fata che veniva fuori da un'apertura improvvisa tra le rocce ed al cui seducente invito a seguirla nel suo regno, nel cuore della montagna, era difficile resistere. Tra le vittime: un nobile della famiglia dei Trucchetti , signori della Val San Martino (Val Germanasca), il quale poté tuttavia lasciare inizialmente quell'effimero luogo di delizie. Non avendo però trovato pietà e comprensione per il suo sbaglio, tornò sul Beth dove improvvisamente si riaprì quel misterioso antro per rinchiudersi alle sue spalle e questa volta forse per sempre. (Con la citazione della famiglia dei Trucchietti, estintesi poi a Pinerolo nel XVIII secolo, il tentativo di valorizzazione della vicenda, fissandone un riferimento storico, potrebbe aver oscurato altri aspetti e contenuti del racconto forse anche più genuini, alterando così la possibilità di ipotizzare un periodo della sua redazione).

   Il concetto di bellezza/ricchezza - nascosta/faticosa si rincorre in tutti i racconti del Colle. L'estrazione mineraria faticosa del passato si è trasformata nella lotta a non cedere alle lusinghe della bella donna del Beth, i cui capelli inghirlandati di rododendro - come si narra in alcune versioni - rinforzerebbero, proprio attraverso questo fiore, il cui colore, stando ad alcune tradizioni valligiane ma non della zona, sarebbe derivato dal sangue delle vittime della montagna, il concetto di morte e di perdizione. E tutto questo aveva luogo ai piedi della tozza piramide del Ghinivert, di cui nessuna leggenda parla , seppure la si noti anche dalla lontana pianura a valle di Pinerolo.

 

                                                                                                    Diego Priolo

(Da SBARUA - Notiziario 2003-2004 del Club Alpino Italiano sez. di Pinerolo To)

 

data revisione:   16/07/2006