vecchio Piemonte

Curiosità storiche (046)                 

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Gli manca solo la parola

Gazza, pappagallo, merlo indiano (tratti rispettivamente da: http://www.palatucci.it/   http://www.carbonaio.it/  http://www.lacucciaverbania.it/ )

  

   Gli manca solo la parola: così usa dirsi per indicare un animale molto intelligente.(1) Ma ogni regola ha le sue eccezioni e ci sono infatti anche animali cui la parola non manca.

   Per quanto possa riguardare queste eccezioni la mia memoria ottantottenne rimanda ai tempi della gioventù, che ho trascorso in buona parte a Camerano Casasco: paesetto rurale insediato con le sue frazioni sulle colline che costellano a settentrione l’Astigiano. Per mia fortuna questa memoria trova un valido sostegno nei personali ricordi di Vincenzo Musso, classe 1927 e figlio di Vittorio ed Irma: una famiglia che abitava inizialmente nella frazione Serra di Camerano e poi trasferita nel capoluogo di questo paese, in locali di pertinenza del castello.

   Convivevano con loro in buona armonia un cane, un gatto ed una gazza. Tale gazza è proprio l’animale sul quale vorrei incominciare ad intrattenermi, perché la parola non le mancava affatto. Le era stato attribuito il nome di Berta. Berta era capace di ripetere frasi dialettali, come ad esempio: Irma portme la ciau (Irma, portami la chiave), indirizzata dal marito alla moglie. Essa chiamava abitualmente per nome sia Irma che il marito Toiu, ed il figlio Censin.

   Quando i Musso si trasferirono nel capoluogo alla gazza venne riservata una sistemazione diversa: di fronte alla loro abitazione, sul lato opposto della strada e in un crutin (scantinato scavato nel bricco adiacente alla strada) avente un ingresso munito di finestra. Accanto a questa finestra era la gabbia che ospitava Berta e dalla quale costei poteva osservare chi transitava nella strada. Se si trattava di persone familiari, al loro passaggio lei ne pronunciava il nome: era il suo saluto. Familiari le erano non solo i padroni, ma anche alcuni vicini di casa tra i quali Rino (Rino Parigi), comproprietario del castello.

   Si ricorda ancora che al passaggio di una persona - non so se già conosciuta dalla gazza oppure no - Berta le indirizzò il termine babaciu (stupido): credo ch’essa ritenesse che questo fosse il vero nome del viandante.

   Un altro volatile cui non manca la parola è il merlo indiano. Gianni Ravazzi gli ha dedicato un’interessante pubblicazione, ponendo in rilievo - tra l’altro - che il suo addestramento alla parola si basa sulla ripetizione della parola stessa o della frase da parte della persona che funge da istruttore.(2)

   Coloro che mi hanno presentato un merlo indiano sono Leo Ingrassia e sua figlia Paola. Dopo averlo acquistato in Alessandria, essi lo hanno allevato prima nel loro alloggio nel centro cittadino di Asti e poi nella nuova residenza di Serravalle, frazione astese, dove si sono trasferiti in seguito. Il merlo si chiama Pedro e vive in gabbia. È un animale molto socievole ma, per mia sfortuna, tale si dimostra solo dopo una serie di incontri e non al nuovo arrivato. Durante la mia visita, infatti, si è limitato ad osservarmi in modo quasi sospettoso: salvo una eccezione, quando si è messo a fischiare le prime note della vecchia canzone Tanti auguri a te.

   Il racconto di Leo e di Paola è stato però sufficiente a delineare gli spetti che maggiormente ci possono interessare intorno al comportamento di Pedro. Solitamente, quando sente suonare il campanello di casa, egli esclama Chi è?. E quando chi arriva è persona nota aggiunge: Ciao, come stai?. Chiama per nome i componenti della famiglia (Leo, Paola, Matteo,Eleonora, Ocio, ecc.). Imita molto bene la risata ed a volte anche altri suoni. Ripete alcune frasi tra le quali la più curiosa è - il lettore voglia scusarmi - va a fa in culo. Conosce diverse parole tra le quali foi (pazzi, in dialetto piemontese) e mostro.

   Il primato tra i volatili ciarlieri spetta tuttavia non alla gazza e neppure al merlo indiano ma al pappagallo.(3) A questo riguardo ancora una volta debbo fare ricorso a Leo Ingrassia. Egli mi racconta le esperienze di un suo stretto amico - che preferisco non nominare - le quali risalgono al tempo in cui entrambi vivevano nel centro cittadino di Asti.

   Qui l’amico gestiva una lavanderia al cui ingresso, legato ad una zampa con una catenina d’argento, era collocato - per il divertimento anche dei clienti - un pappagallo di nome Arturo, originario dell’America Meridionale e probabilmente del Brasile. Arturo sapeva ripetere diverse parole già al momento in cui era stato acquistato. Gli affari della lavanderia erano incominciati ad andare male, al punto che l’ufficiale giudiziario (di nome Martucci) ebbe più volte la necessità di incontrare il suo gestore. Di qualcosa doveva essersi accorto anche il pappagallo, certamente con l’aiuto dello stesso gestore, perché all’arrivo dell’ufficiale giudiziario soleva dire Lanfranco non c’è oppure, più semplicemente, Non c’è. A volte aggiungeva una bestemmia: Diu crin (dove il dialettale crin significa maiale).

   Arrivò anche il giorno in cui la lavanderia venne chiusa definitivamente. Il pappagallo venne ceduto al cav. Giovanni Fasciola, gestore in Asti del ristorante La Grotta. Qui l’uccello fu sistemato in cima alla scala di accesso alla sala del ristorante. Da questa posizione egli salutava al loro passaggio i clienti abituali ed il personale del ristorante, pronunciandone il nome; e talvolta si esibiva fischiando alcune canzoni, tra le quali Garibaldi fu ferito.
Ciau Chelu era il saluto che il pappagallo rivolgeva all’arrivo di Michele Ruella.

   In un certo momento diventò cliente del ristorante anche l’ufficiale giudiziario citato poco prima. Questo è forse l’episodio più interessante ed anche divertente della varie vicende narrate: quando Arturo si accorse del suo arrivo,
lo accolse con un grido, ripetuto più volte: Diu crin, Martucci.

   L’ultima vicenda riferibile a questo pappagallo è molto triste. Verso le quattro di un mattino una squadra di balordi lo rapì e del pappagallo non si seppe mai più nulla. Vani furono gli annunci pubblicati dal gestore con promessa di premiare chi lo avesse trovato e restituito.

   Che dire ancora? Non sono un ornitologo e quella descritta è tutta l’esperienza che ho acquisito in materia, grazie soprattutto agli amici. Posso solo aggiungere due cose. La prima è che le imprecazioni attribuite al merlo ed al pappagallo sono il frutto di scherzi fatti ai loro proprietari da amici frequentatori della casa. La seconda è questa. Accade talvolta che taluno, riferendosi ad altra persona, affermi che questa parla come un pappagallo, intendendo cosi dire che tale individuo ripete meccanicamente frasi che ha letto od udito senza capirne il senso. Gli episodi qui narrati dimostrano invece l’esatto contrario e cioè dimostrano che i volatili appartenenti alle specie considerate non solo sanno ripetere a proposito non poche parole, o addirittura frasi, ma possiedono pure un’apprezzabile intelligenza.

   Scriveva nel secolo scorso un famoso etologo,Konrad Lorenz, sono pienamente convinto, dico pienamente, che gli animali abbiano una coscienza. L’uomo non è il solo ad avere una vita interiore soggettiva”.



                                                                                                Ermanno Eydoux


Note

(1) Cfr. ad esempio Il nuovo Zingarelli, Vocabolario della lingua italiana, a cura di Miro Dogliotti e Luigi Rosiello, Bologna 1984, voce parola.
(2) Gianni Ravazzi, Il merlo indiano, Segrate 1993. Ricordo con l’occasione che nel libro La Terra. Racconti di Camerano, edito nel 1939, Angelo Gatti ha dedicato un capitolo ad un merlo - senza precisarne la specie - il quale fischiava (suppongo le prime note) della Traviata, dell’Aida e della Marcia Reale.
(3) Dizionario Garzanti della lingua italiana, Milano 1982, voce pappagallo.
 

(Estratto da "Il platano", rivista di cultura astigiana, Asti, 2003, pp 185-187)

data revisione:   16/07/2006