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LA STRAGE DI SAN BARTOLOMEO A CAMERANO CASASCO

Camerano Casasco (Asti)


1. PREMESSA

   Sono cameranese ed a Camerano Casasco - ridente paese collinare a settentrione di Asti - ho trascorso gli anni giovanili per ritornarvi da pensionato ogni anno nella buona stagione. Al paese natale ho dedicato diverse ricerche storiche. Me ne resta sicuramente una: parrebbe la più facile per un ottantaseienne come me, perché gli avvenimenti da ricordare risalgono solo a poco più di cinquantacinque anni or sono, ma così non è.

   Si tratta di una delle tante stragi commesse in Italia durante l’ultima guerra mondiale e dopo la costituzione della Repubblica Sociale Italiana. In particolare si tratta di un eccidio compiuto nel secondo semestre 1944 a Carnerano Casasco nella regione San Bartolomeo da forze partigiane a carico di civili fascisti - o presunti tali, se ad esempio può essere considerato fascista un ragazzo di 14 o di 16 anni - : una regione che prende il nome da una chiesa romanica e si estende attorno ad un’altura circondata da una vasta ed oggi quasi impenetrabile boscaglia. L’episodio non è il solo di questo tempo Altri siti cameranesi sono stati testimoni di uccisioni. Quello di San Bartolomeo è il più noto non solo per il numero delle persone eliminate ma anche perché segnalato quasi subito dalla stampa fascista, assieme ad alcune fotografie della tragedia. Queste foto sono dedicate al covo della formazione di partigiani capeggiata da Nando, alla fossa in cui erano state sepolte le vittime, alle salme subito dopo la loro esumazione, al cadavere di una donna incinta ed ai funerali avvenuti a cura della “Muti” (1).

   Intorno a questa strage, nell’immediato dopoguerra e per altro tempo ancora, ha regnato un lungo silenzio stampa: un silenzio osservato anche da chi doveva saperne di più, come il comandante della banda partigiana il quale ha scritto alcune pagine sugli esordi del suo gruppo, pubblicate nel 1985 dall’Amministrazione Provinciale di Asti (2). Questo è un silenzio al quale oggi, a tanta distanza di tempo, può essere rimediato solo in parte perché gli autori della strage sono scomparsi e così i testimoni, se ve n’erano. Va tenuto presente pure che allora quasi tutti i maschi adulti erano alle armi e lontano dal paese: compreso chi scrive, prigioniero in Germania. Ma qualcosa ci viene tramandato dai giovani di allora, quelli che a suo tempo hanno avuto la possibilità di apprendere qualche notizia da chi sapeva.

   Inoltre non è molto che questo silenzio è stato rotto da alcuni studiosi, tra cui Gianpaolo Pansa - il quale nel 1991 ha riprodotto una foto del funerale avvenuto a Camerano nel 1944 di diciassette cadaveri sepolti nei boschi di San Bartolomeo - e Mario Renosio, nel corso di una ricerca eseguita nel 1999 sulla storia dei comunisti astigiani  (3). Si tratta certamente di un periodo molto oscuro della nostra storia e le cui oscurità sono quelle proprie delle guerre civili, e cioè dei conflitti armati che si accendono tra fazioni dello stesso popolo: in cui una parte dei contendenti - quella che detiene il potere - gode di una adeguata struttura organizzativa, anche sotto i profili militare e finanziario, mentre l’altra parte - quella che nel nostro caso va all’attacco per abbattere la dittatura fascista e ristabilire la democrazia - è priva di una solida organizzazione, manca di sufficienti mezzi di offesa e di informazione, e si trova così spesso costretta ad operare , oltre che clandestinamente, improvvisando secondo le opportunità del momento. Né va taciuto che agli idealisti che hanno promosso e sostenuto la guerra partigiana, cioè i veri partigiani, si sono a volte associati sbandati - per lo più renitenti alla leva od ai richiami a1le armi - e dei profittatori senza scrupoli: profittatori che non sono mancati neppure all’altra parte.


2. LA STRAGE

   A quando può farsi risalire nel territorio di Camerano Casasco la presenza dei primi nuclei di partigiani? Il Renosio riferisce che nuclei armati di questo genere sono attivi nella Langa astigiana fin dall’inverno del 1943, e che la loro attività si estende in provincia a partire dalla tarda primavera dell’anno successivo. Che la situazione a Camerano si stia evolvendo nel senso indicato dal Renosio lo si può constatare già il 19 aprile 1944. In tale data ha infatti luogo un rastrellamento a opera di fascisti repubblicani. Un gruppo di giovani corre il rischio di essere catturato sulla collina cameranese della Serra, ma riesce a dileguarsi in tempo : fatta eccezione per Vincenzo Pellissero, di anni ventuno, il quale viene ucciso da una fucilata quando nella fuga era già riuscito a scendere a valle e stava per risalire verso il capoluogo. Che gli assalitori fossero proprio fascisti repubblicani risulta dallo stesso atto di morte redatto dal parroco di Camerano : e’ ancora vivente uno dei compagni di fuga, Iose Cigna.

   “Nando “ è il capo partigiano del quale - come già detto - nel 1985 1’ Amministrazione Provinciale di Asti ha pubblicato alcune pagine dedicate agli esordi della sua banda, appartenente alle formazioni “Giustizia e Libertà“. Nel giugno 1944 tale banda cattura tre cameranesi - due esponenti locali: Luigi Parigi, allora Podestà, e Luigi Motta, suo predecessore, nonché Bernardo Caprino: essi, dopo essere stati tradotti a Montafia e qui interrogati, avranno la fortuna di essere rilasciati in libertà. Segue di poco l’adesione della banda di Nando alle formazioni Giustizia e Libertà. Questa viene sottoscritta il 16 agosto 1944 dallo stesso Nando, dal vice comandante Aldo (Aldo Brosio) e da Cesare (Cesare Cortese), con una dichiarazione che lascia a Nando ampia libertà di azione. Eccone alcuni passi: “con questa adesione non si intende affatto fare alcuna adesione al partito d’azione e ad altri partiti, consapevoli della necessità che ogni singolo individuo della formazione mantenga piena libertà di opinione politica”; “il distaccamento agisce secondo le direttive del C.L.N. per la comune lotta antinazista e antifascista"; “sarà cura di questo Comando di prendere collegamento con le viciniori formazioni di partigiani”; “pur conservando la propria organizzazione e configurazione di Gruppo il sottoscritto Comandante si impegna di accettare il coordinamento militare del Cap. Giovanni Pontini fino a tanto che egli si dimostri degno di essere comandante di Gruppi Partigiani “ (4).

   Di quanti uomini dispone la banda di Nando? Verso la metà di agosto del 1944 - così scrive lo stesso Nando - la banda contava circa 70 aderenti. In altri momenti vengono fornite cifre diverse e molto superiori. Del suo gruppo fanno parte anche Aldo Brosio di Torino e Aldo Mussa, cameranese di vent’anni. Entrambi ed altri due partigiani vengono uccisi dai tedeschi il 2 settembre 1944 lungo la strada che da Chieri porta a Riva. Nella stessa giornata il gruppo - che viene intitolato ad Aldo Brosio - si trasferisce nel territorio di Camerano Casasco. Si tratta probabilmente di un trasferimento programmato in precedenza, in un territorio che è famigliare a più componenti della banda: lo stesso Nando era già stato ospite di un cameranese (il Cigna citato) pochi giorni prima.

   E' proprio ora che ha inizio la cosiddetta strage di San Bartolomeo. Questa incomincia con la cattura a mano armata, nel vicino paese di Cortazzone, di Carlo Zavattaro: fascista, quarantunenne, impiegato del Poligrafico dello Stato. La cattura avviene a Cortazzone il 2 settembre 1944, nei giorni della festa patronale. L’ostaggio viene costretto a salire su di un barroccio e trasferito a San Bartolomeo di Camerano. Qui viene fucilato e sepolto: secondo un documento ciò avviene il 3 settembre e secondo un altro (forse meno attendibile e menzionato poco più avanti) il 5 dello stesso mese. Il personaggio è importante e questa notizia viene presto divulgata dalla stampa fascista. Passeranno poco meno di sei mesi prima che nel registro dello stato civile del Comune di Camerano Casasco sia redatto il relativo atto di morte: ciò avverrà il 26 febbraio 1945, su denuncia di una casalinga di Cortazzone - Cristina Gianetti, suocera dello Zavattaro -. Per indicare il sito del decesso il documento non cita alcuna via o piazza ed il corrispondente numero civico, come avviene di consueto, ma fa riferimento in modo generico alla regione catastale di San Bartolomeo: area boschiva nella quale a quel tempo - oltre ad una chiesa romanica, officiata una sola volta all’anno - esisteva una cascina, frequentata dai partigiani e poi distrutta dai tedeschi. Nessun accenno alla causa della morte.

   Durante il secondo semestre del 1944 la stessa fine è toccata a molti altri. A quanti? Come già detto “Asti repubblicana “ ha pubblicato la fotografia dei funerali: sono avvenuti in forma solenne nel novembre 1944 con l’intervento - più o meno volontario - della popolazione e delle scolaresche e con la scorta di armati della Repubblica Sociale. Le salme sono diciassette: poco prima esse erano state esumate da una fossa a San Bartolomeo e deposte in feretri, i quali sono stati trasportati da carri e buoi appositamente requisiti. Nella foto sono riconoscibili due accompagnatori delle salme: Aldo Gavello, proprietario di uno dei mezzi di trasporto ed in seguito per molti anni vice sindaco del Comune, ed il mio amico e vicino di casa Vincenzo Croce. Si vede pure una suora del locale Asilo infantile. Non è chiaro il giorno delle esequie: non anteriore sicuramente al 26 novembre e probabilmente uno dei due giorni immediatamente successivi. La didascalia della foto è la seguente: “Camerano Casasco (Asti). Soldati della RSI, dopo aver rinvenuto le salme di diciassette fucilati dai partigiani in località San Bartolomeo, fanno da scorta ai funerali delle vittime.” Di questi funerali nessuna menzione è fatta nei registri del 1944 tanto del Comune quanto della Parrocchia, nonostante che il rito funebre sia stato presieduto dal curato don Cavalla: il titolare della Parrocchia don Antonio Bonelli era gravemente ammalato e morirà qualche mese dopo. Indicazioni relative alle vittime della strage le troviamo soltanto sfogliando il registro comunale degli atti di morte (parte seconda, serie C) del 1945.

   Qui, sotto la data del 28 febbraio (in un caso risulta il 28 marzo), figurano infatti diciassette atti qualificati distintamente come ”Trascrizione di processo verbale di rinvenimento di cadavere non riconosciuto “ e contraddistinti dai numeri d’ordine dall’uno al diciassette. Da ciascuno di tali atti risulta che il 26 novembre 1944 il Commissario prefettizio preposto al Comune di Camerano Casasco, assieme all’Ufficiale sanitario, “a seguito di denuncia fattami, si recava in regione San Bartolomeo "dove venne rinvenuto un cadavere del quale non fu possibile il suo riconoscimento, dato il tempo da che la persona doveva essere morta e lo stato in cui si trovava.” Si aggiunge che “la morte è dovuta a causa violenta” e che “il cadavere era stato seppellito nella terra senza cassa". Viene indicato anche il nome del proprietario del terreno in cui è avvenuto il seppellimento, e cioè Giuseppe Bossola nel primo atto e Luciano Mussa fu Marco negli altri casi. Solo nel secondo documento è indicato il sesso: “era di sesso femminile“. “Asti Repubblicana” aggiunge che la donna era genovese ed in stato di avanzata gravidanza; e che la stessa sorte è stata subita da un suo figlio di 14 anni. A proposito di questa donna risulta da testimonianze che l’incaricato del suo seppellimento, a fucilazione avvenuta, le asportò la dentiera d’oro avendo poi il coraggio di mostrarla come segno della propria bravura a due amici cameranesi incontrati per via. E’ ricordato anche il soprannome col quale costui era conosciuto a Camerano: Ras-cet, voce piemontese avente il significato di raschietto. Da altre fonti - ma non dagli atti comunali - pare invece che i cadaveri di sesso femminile fossero due.

   A proposito del vistoso ritardo nella registrazione di questi diciassette documenti va chiarito che solo il 9 febbraio 1945 una sentenza del Tribunale di Asti autorizzerà il Comune a trascriverli tra gli atti dello stato civile.  Ma non tutte queste vittime sono rimaste sconosciute. Di Carlo Zavattaro già si è detto. Benché egli sia stato ucciso nel settembre 1944, il suo decesso verrà registrato dal Comune di Camerano Casasco solo il 26 febbraio 1945. Nel corso dell’anno 1945 saranno identificate alcune altre vittime, e precisamente: 
   - Andrea Trovati, di anni 47, residente ad Asti, e suo figlio Carlo, di anni 16, fucilati il 10 ottobre 1944 (Andrea era appartenente alla brigata “Viale”);
   - Giovanni Gazzano, di anni 44, residente a Torino, e Giuseppe Faroni, di anni 36 e residente a Genova, entrambi fucilati il 14 ottobre 1944;
   - Egidio Benci, di anni 29 e residente a Pisa, fucilato il 20 ottobre 1944.
Sono da aggiungere i nomi di altre persone delle quali si sa soltanto che sono state uccise e sepolte in territorio cameranese, anche se le circostanze fanno ritenere che si tratti spesso dell’area di San Bartolomeo.

   Fonti di queste notizie sono alcune decisioni di un organo clandestino che si è qualificato come tribunale partigiano della II brigata “Aldo Brosio”. Il collegio giudicante è composto da Nando, presidente, e dai giudici Cesare (sostenitore dell’accusa), Tere, Nello, Remo e Carlin. Il collegio si riunisce a Camerano il 5 settembre 1944 per giudicare Francesco Guarino ( nato a Campo Felice di Roccella nel 1912 ) ed altri cinque individui non nominati “di cui si sono smarriti i documenti “, tutti “imputati di rapina a mano armata in nome di formazione partigiana” eseguita a carico di un contadino di Scurzolengo: “sono stati trovati in possesso di L. 200.000 “. Altra fonte chiarisce che erano persone che si spacciavano per partigiani. La sentenza è di condanna alla pena capitale mediante fucilazione alla schiena, che viene eseguita in giornata.

   Tra le altre sentenze del tribunale partigiano due concernono vittime già note: lo Zavattaro ed il Benci ; risulterebbe tra l’altro che il Benci, invece del 20 ottobre, è stato fucilato il 15 settembre. Un’altra sentenza riguarda Giuseppe Perno, nato a Torino nel 1912 , “imputato di spionaggio a favore del nemico”: il tribunale si è riunito a Bagnasco il 14 settembre e l’esecuzione è avvenuta a Camerano il giorno dopo.

   Credo di far cosa utile riprodurre qui appresso la sentenza riguardante Zavattaro, nella quale il lettore potrà notare un errore nel nome e, probabilmente, anche nelle date della cattura e della esecuzione:

"Sentenza del Tribunale Partigiano della II Brigata
Il giorno 4/9/1944, alle ore 19 in località Cortazzone si è riunito il Tribunale Partigiano per giudicare:
Zavattaro Cesare di Gregorio nato a Vignale l’11/4/1903, Capitano Moschettiere del Duce, Fascista Repubblicano, attivo propagandista.
Il Tribunale si è così costituito:
Nando        Presidente
Cesare       Sostenitore dell’accusa
Tere
Nello          Giudici
Remo
Carlin.
In seguito alle confessioni fatte dallo Zavattaro di fronte al Tribunale è risultato che lo stesso
collaborava fortemente con le Autorità Repubblicane a tutto danno delle Formazioni Partigiane.
Avendo il Tribunale ritenuto provato il fatto che egli apparteneva alla formazione dei Moschettieri
del Duce come da speciale tesserino rinvenuto fra i documenti di proprietà, lo ha pertanto
condannato alla pena capitale mediante fucilazione alla schiena.
L’esecuzione è avvenuta in località Camerano alle ore 9 del giorno 5/9/1944
”.

Seguono le firme, riprodotte a macchina. Ricordo che il nome dello Zavattaro è Carlo e non Cesare. E’ inoltre strana la circostanza che della stessa sentenza esista un secondo esemplare, nel quale compaiono le firme (se siano autentiche non lo saprei dire) dei componenti il collegio giudicante. Questo secondo esemplare presenta qualche difformità dal precedente: dello Zavattaro compare il solo cognome; le sue qualifiche si riducono a quella di moschettiere del Duce; non si accenna ad alcun interrogatorio o ad alcuna confessione; per di più è inserita una sua fotografia sulla quale è scritto “Zavattaro“.

   La sentenza riguardante il Benci risulta invece emessa a Camerano il 13 dello stesso mese. Egli appartiene alla "Brigata Nera”: è ”squadrista ed imputato di appartenenza a formazioni di fuori legge”. Sembra evidente che queste sentenze siano state redatte alquanto tempo dopo l’esecuzione della condanna, forse nel proposito di far apparire la regolarità del procedimento seguito.

   Da altra sentenza risulta che a Camerano l’8 settembre 1944 viene ucciso un prigioniero dei partigiani, che aveva tentato la fuga: si tratta di un albanese e precisamente del tenente di sussistenza Vangjel Petraq, la cui salma viene sotterrata il giorno successivo. E’ imputato di alto tradimento. Della presenza di qualche prigioniero tra i partigiani non c’è da meravigliarsi troppo: vive tuttora a Camerano Franco Favero, il quale era stato catturato all’età di 13 anni perché giovane fascista. Egli (sono io ad immaginarlo) deve probabilmente la propria salvezza alla circostanza che, dopo la cattura, è passato dalla parte dei partigiani! A proposito delle sentenze riferite è doveroso aggiungere che si tratta pur sempre di decisioni di un organo politico, il quale opera in regime di clandestinità e di mobilità.

   Tenendo conto degli atti del Comune e della parrocchia è possibile aggiungere qualche altro particolare. Il 4 marzo 1945 è morto “sulla pubblica strada” Mimmo Pino, “messinese domiciliato a Camerano per sfollamento”: è un partigiano, ma non sono chiare le circostanze della sua morte. Il 7 dello stesso mese “sulla strada di Cinaglio“ viene ucciso dai repubblicani Giuseppe Penna, partigiano ventunenne, nativo di Soglio e domiciliato a Casasco;: nello stesso giorno a Cinaglio ha luogo un sanguinoso rastrellamento da parte fascista. Il 10 marzo in regione Monditura (proprio quella in cui si trova il cimitero), viene fucilato Eugenio Morra, fascista e residente in Asti. Nella medesima regione e sempre in marzo viene ucciso Gino Fassio, residente a Torino dove era nato nel 1921.
Ma l’elenco delle vittime, così di una parte come dell’altra, è sicuramente incompleto. Tra i più anziani di Camerano circola la voce che non siano poche le salme ancora da scoprire, fuori del cimitero, nell’intero territorio comunale.

   Questi sono anni in cui avvengono pure non poche appropriazioni indebite, ad opera di tutte le parti in causa. A titolo di esempio cito la testimonianza dei fratelli Giuseppe ed Evasio Penna. Molti oggetti di valore rapinati da partigiani erano stati raccolti mano a mano in un rustico del paese: male però ne incolse - oltre che ai proprietari - agli stessi rapitori perché nel corso di un rastrellamento condotto dai fascisti questa refurtiva venne scoperta e passò subito di mano. Nulla è però trapelato circa la destinazione finale del materiale!

   Tra le altre notizie che ho potuto raccogliere una riguarda un gravissimo pericolo corso nell’ottobre 1944 dall’intero paese di Camerano in seguito alla cattura di un militare tedesco, che a Camerano era tenuto prigioniero. La rappresaglia è stata scongiurata solo dopo un intervento presso il comando tedesco da parte del Vescovo di Asti mons. Umberto Rossi, il quale - come altrove in molti altri casi - ha ottenuto lo scambio del prigioniero con partigiani recentemente catturati. Questa vicenda mi è stata confermata da un testimone quale il cameranese don Paolo Motta, allora seminarista.

3. CONCLUSIONE

   Se io avessi voluto trattare in genera1e della lotta partigiana non mi sarei di certo limitato ad esaminare il suo andamento nel territorio di Camerano Casasco: perché qui la lotta per la liberazione dalla dittatura fascista risulta evidentemente influenzata dalla infiltrazione tra le forze partigiane di elementi ideologicamente estranei, tra i quali alcuni veri e propri criminali. A quale conclusione ci porta dunque l’esame di quanto avvenuto a Camerano ? Sono e resto del parere che i fatti descritti o accennati siano sufficienti per affermare che il caso di Camerano costituisca un episodio anomalo nell’ambito di una lotta condotta con alto senso del dovere per la nostra liberazione dalla dittatura fascista. E’ caso tuttavia sul quale era doveroso soffermarsi per conoscere tutta la verità, una verità senza eccezioni di sorta o di parte, neppure a favore dei vincitori (5).

   Nel cimitero di Camerano restano a testimonianza dodici cippi, anonimi e privi di indicazioni, a ricordo degli scomparsi (6). Ricordiamo anche loro!

                                                                                                          Ermanno Eydoux

Note:

1. Cfr. “Asti Repubblicana” del 30 novembre e del 7 dicembre 1944, nonché “La Gazzetta d’Asti“ del 7 dicembre 1944.
2. Ferdinando Pagliassotto, Gli esordi della banda “Nando" in ”Il movimento partigiano nella Provincia di Asti“ di Primo Maioglio e Aldo Gamba, Asti sa. ma 1985, pp. 162 a 164;
Anna Bravo, I partigiani e la popolazione contadina nell’Astigiano, in ”Contadini e partigiani”, Alessandria 1986;
Wally Conadini Toselli, Ricordo della resistenza nelle vallate del cuneese e dell’astigiano, in “ Il Platano “, n. 2 del 1979, pp. 3 Ss.;
Giampaolo Pansa, ll gladio e l’alloro, Milano 1991, e Guerra partigiana tra Genova e il Po, Bari 1998;
Nicoletta Fasano e Mario Renosio, Dare un volto alla memoria, in “Asti contemporanea”, maggio 1999 , pp. 23 Ss.;
Mario Renosìo, Colline partigiane. Resistenza e comunità contadina nell’Astigiano, Milano 1994 ; Tra mito sovietico e riformismo. 
Identità, storia ed organizzazione dei comunisti astigiani
, Boves 1999.
Marco Ruzzi, Presenza ed attività delle forze della RSI in Provincia di Asti, in “Asti contemporanea”, n. 6 p. 63 (sulla stessa rivista cfr. anche la recensione a p. 147). 
Cfr. pure una interessante ricerca inedita, elaborata da studenti del Liceo ClassicoVittorio Alfieri di Asti nel 1992, ed una memoria del canonico Mario Scarabello, segretario del Vescovo di Asti, sotto il titolo Il contributo alla resistenza del Vescovo di Asti mons. Umberto Rossi, nella quale viene riferito il seppellimento nel cimitero di Camerano di un milite ferroviario genovese (ucciso dai partigiani nei pressi di Montafia) avvenuto “con una ventina di altri morti".
3. Cfr. nota precedente.
4. Questo ed altri documenti non appartenenti all’archivio comunale di Camerano Casasco o all’archivio della locale parrocchia - come le sentenze del tribunale partigiano - sono stati consultati sia in Torino presso l’istituto storico della Resistenza in Piemonte sia in Asti presso l’Istituto per la storia della resistenza e della storia contemporanea dallo studioso Silvio Moiso, cui va il mio più vivo ringraziamento.
5. Colgo l’occasione per ringraziare quanti altri mi sono stati di aiuto nella presente ricerca e precisamente Renzo Cortese (Sindaco di
Camerano Casasco), don Vittorio Croce (Parroco di Settime ed oriundo di Camerano), la dottoressa Irene Novarese Jachetti (di Soglio e nipote del citato Zavattaro), don Defendente Fassone (Parroco dì Camerano) e Mario Renosio (dell’Istituto per la storia della resistenza e della società contemporanea di Asti), nonché i cameranesi geom. Felice Boano, Iose Cigna, Franco Favero, 1’ins. Celeste Ferrero (nativa di Cortazzone), Nella Ferrero, Aldo Gavello col figlio geom. Maggiorino, Cesarino Gavello, Domenico Mussa, Prospero Mussa, Evasio e Giuseppe Penna, Adriano Ratto, Mario Sovena, la signora Giovanna Gandolfo Fex di Cortazzone, Mario Penna dì Cinaglio, Luciano Boccalatte e gli altri addetti agli Istituti per la storia della resistenza di Asti e di Torino.
6. La presenza di dodici cippi, anziché diciassette quante sono le salme delle quali si sono svolte le esequie nel novembre 1944, fa ritenere che cinque salme - evidentemente riconosciute in precedenza - siano state trasferite e sepolte in altri Comuni.. Tra queste cinque una dovrebbe essere quella dello Zavattaro, trasferita a Cortazzone; altre due dovrebbero essere di Andrea Trovati e del figlio, le quali - secondo un diario - risulterebbero sepolte in Asti il 18 marzo 1945.

data revisione:   16/07/2006