vecchio Piemonte

Emilio Faà di Bruno (1820 - 1866)        

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         Epistolario e fonti d'archivio inediti

Emilio Faà di Bruno

 

Frederik Sorenson, "La Battaglia di Lissa". Il dipinto, conservato nell' Heeresgeschichtliches Museum di Vienna, mostra la Re d'Italia mentre affonda dopo essere stata speronata dalla Ferdinand Max, nave ammiraglia dell'Ammiraglio Wilhelm von Tegetthoff.

(Entrambe le immagini sono state tratte da: http://digilander.libero.it/carandin/reditalia.htm)

 

.......
E un'ombra s'allunga, s'aggrava su l'acque (io la scorgo
con un brivido interrotto
crescere, nel gorgo
livido una macchia far come di sangue corrotto)
s'allunga da Lissa remota a la riva materna.
Ecco, appar Faà di Bruno.
“Sarà dunque eterna
la vergogna? “ E ascolta: « Nessuno risponde, nessuno? “.
.......


G. D'Annunzio « A una torpediniera nell'Adriatico
vv. 29-36 (da “Odi navali “)


   Educata, anche per un impegno storico oltre che per un sistema radicato profondamente in interessi consolidati, alla difesa di quello stato sabaudo su cui sarebbe dovuto incombere il compito di unire l'Italia, l'aristocrazia piemontese non era rimasta assente alle profonde esigenze del Risorgimento - a problemi tanto ricchi di implicazioni e connessioni - e tuttavia per taluni aspetti più chiusa dallo stretto orizzonte del regno sardo che aperta alle prospettive nazionali di libertà e di indipendenza dell'Italia.

   Così la descrisse la baronessa Savio che in Torino, sino al trasferimento della capitale a Firenze, aveva tenuto uno dei salotti più frequentati e più à la page:

" ... Il Governo trovavasi tra mille fuochi, tra mille ostacoli che gli impedivano le dritte vie, ma pure molto o poco camminava malgrado i tanti pericoli tra cui era costretto a veleggiare, tra i quali va annoverata la sorda opposizione
di una piccola parte della nostra aristocrazia, che biasimava il suo operare, avversa com'era al grandioso concetto nazionale e politico di cui non aveva afferrato il senso, né la grandezza, giudicandolo solo alla stregua dei propri
disappunti. A questo patriziato, non ricco perché onesto, bastava l'esercito, la Corte prima dello Statuto, colle sue gerarchie, i suoi privilegi e le sue secolari etichette, quando su per le scale del cavallo di marmo non saliva che gente fiancheggiata da quattro generazioni di avi; bastava la diplomazia del piccolo Piemonte, moderato com'era nelle sue espansioni. Casta esclusivamente ristretta in sé e ignara affatto del resto del paese, perché volta ai favori della Reggia, non è a stupire, ma anzi era logico quel viso dell'armi fatto a chi tenevasi come un intruso venuto dall'Italia ad insediarsi in casa nostra; gente estranea, accolta dal Re a braccia aperte in quelle trincee, dove i patrizi nostri credevansi inespugnabili.

Noi siamo Piemontesi, non altro che Piemontesi erano le parole che sentivansi a tutte l'ore, quindi la lingua di Dante messa all'ostracismo, il dialetto o l'idioma francese portati al cielo; liberalismo, emigrati e barabba avendo un
medesimo significato.

Abbiamo fatto un bel guadagno dal '48 in qua; Torino divenuto un paese di provincia, i portici pieni di gente che non si sa chi sia; il caffè Fiorio centro non più che a qualche invalido; si sentiva ripetere: Che Italia ! J'italian c'a
stago a ca sua, car l'noster bel pcit Piemont ! Noi ch'i stasio ben sensa tuti coi fratelli d'un auter let...

L'inno di Mameli non entrò mai nelle sale del patriziato.

La vita di parentado, la vita di legazione, di reggimento e di Corte, stavano come le colonne d'Ercole, oltre cui era il caos. La borghesia, benché educata e a modo, non era gente, facendosi vanto i nobili di non conoscerla e studio di evitarla. Quanto al popolo, Dio mio: esso non esisteva che per l'opera manuale a cui fu fatto e per i doveri imposti a tutti dalla carità i quali, bisogna dirlo, esercitavansi largamente e continuamente. Quanti del patriziato aderivano al credo liberale, erano fatti segno ai più acri motteggi e messi in cessantemente in ridicolo...

Ma in cotesti esaltati campioni dell'ordine antico, che non avevano ancora sentito l'alito della vita nuova, era fedeltà, era disinteresse, era bravura tradizionale, erano abnegazioni individuali che li sublimavano perché, avversi come erano a quelle guerre di emancipazione, fedeli al sovrano, fedeli a quella coccarda azzurra che da secoli era per loro una religione, malgrado il cambiato vessillo, stettero più mesi al fuoco, largheggiando del proprio sangue, e suggellando col sacrificio della vita un intento politico che detestavano.

Non corrotto perché credente, non dissipatore perché non ricco, non svenevole perché fatto alle dure leggi della disciplina militare; non tumultuante perché ligio al trono e all'altare; tale era questo nostro patriziato piemontese
il quale sentendo la piccola nave, dove s'era adagiato, spinta da gente nuova, tra acque ignote e in gran tempesta, osteggiava apertamente un'impresa considerata come una demenza demagogica... " (1).

   Ed Emilio Faà di Bruno appartenne a tale aristocrazia: personaggi che, visti come attraverso il filtro del tempo, ben si coniugano con una partecipazione di popolo alla costruzione nazionale dell'Italia, con il panorama del Risorgimento nell'impegno profuso per quei grandi ideali e fermenti di fede e la volontà di esprimerli.

   Emilio Faà di Bruno nacque in Alessandria il 7 marzo 1820, quartultimo di 12 figli (2). Non si hanno notizie della sua infanzia e solo qualche raro accenno compare nella pur ricca corrispondenza dei familiari.

   Il 28 giugno 1833 fu ammesso come allievo nella R. Scuola di Marina a Genova. Ne uscì il 18 settembre 1838 con la nomina a Guardia Marina di 2a classe.

   La R. Scuola di Marina, per quanto la direzione normalmente fosse stata affidata a uomini di solida dottrina e perizia, pare essere stata sostenuta da programmi correlabili ad una istruzione per obiettivi tecnico-professionali. Per gli anni 1835 e 1836 ne era stato comandante il vice ammiraglio Francesco Ricca di Castelvecchio; discipline costitutive del corso erano soltanto tre: matematiche e navigazione (prof. d. Giacomo Garibaldi), disegno (N. N.), lingue (prof. Francesco Assalini), economo era il sac. G. Beretta cappellano nella R. Marina (3).

   Appare evidente l'inadeguatezza del sistema formativo. Di qui la frequenza all'imbarco più immediatamente addestrativo, cui erano soggetti gli ufficiali della marina sarda. Tale regola, come noto, era anche l'espressione di un interesse politico:  il governo di quel piccolo Stato geloso delle altre nazioni aveva cura di tenere navi a crociera nell'arcipelago e Mediterraneo a protezione del commercio internazionale; teneva divisioni nei porti dell'America Meridionale con speciale residenza al Plata; armava navi a scopo di istruzione per navigare e mostrare la bandiera sarda nelle acque del Baltico, sulle coste delle Isole Britanniche e degli Stati Uniti dell'America del Nord... (4).

   Ma un tempo pur breve, per le già mediocri condizioni del naviglio che avevano sollevato non indifferenti problemi di utilizzazione - oltre ad un rapido processo evolutivo - aveva facilmente reso obsolete le unità della flotta sarda, il cui assestamento procedette difficoltoso, a rilento, perché erano mancati gli strumenti di pensiero prima ancora che di azione: persino per la difesa delle coste era ritenuta prevalente la forza di terra. Così anche l'attività marinara, indiscutibilmente vantaggiosa sul piano della capacità nautica, non consentiva né conoscenze militari né migliore efficienza operativa sul piano di eventuale azione bellica.

   Emilio Faà di Bruno intraprese il servizio in navigazione sul trasporto a vela Aurora - dall’11 ottobre 1838 al 9 novembre 1839 - e passò poi sulla fregata a vela di 1a classe Beroldo. Il suo primo viaggio fu in Africa, poi visitò più volte le coste del Levante. Sulla nave oneraria a vela Des Geneys, stazionaria sul mare dell'America del Sud, percorse tutto il litorale di quel continente, dal 15 settembre 1841 al 22 febbraio 1843. Passò poi sulla corvetta Malfatano e sul piroscafo a ruote Gulnara. Si trattava di navi antiquate, consentanee di sperimentazioni che mostravano i loro limiti. Solo la Malfatano era stata varata di recente, nel 1844.

   Viaggio particolarmente stimolante dovette essere quello sulla S. Michele - dal 14 maggio al 6 dicembre 1847 - nell'occasione del carico di artiglierie a Stoccolma, colà acquistate dal governo sardo per la Marina. Il principe Eugenio di Savoia Carignano, Comandante generale della R. Marina, aveva ordinato la formazione di una divisione navale che, per l'occasione, avesse fatto una visita di omaggio agli Imperiali di Russia, a Kronstad: la Beroldo, il brick Azzardoso e la S. Michele. Pur nella quotidianità monotona della navigazione Emilio Faà di Bruno tenne deste curiosità ed attenzione sui soggetti concreti che si osservavano, di cui si parlava, lasciandone testimonianza più con giudizio di valore che descrittiva e documentata. Al rientro, forse anche a premio del ruolo svolto in quelle attività, che poi facevano parte della sua vocazione di ufficiale, venne nominato Aiutante di Bandiera di S.A.S. il principe Eugenio e ben tosto, sul finire del dicembre, lo seguì a Torino allorché venne chiamato colà dal Re; a Genova assunse pro tempore il comando generale della Marina l'ammiraglio Albini.

   A Torino così lo ricordò il fratello Francesco, ufficiale di prima nomina al Corpo di Stato Maggiore:  ... Ieri per la prima volta comparve Emilio alla Corte éblouissant col suo nuovo uniforme di gentiluomo di corte; lo porterà bene perché è proprio di lui il corteggiare per vedere di aspirare a qualche cosa, a qualche mano. Per me aspira solo alla scienza. La notte di sabato fuvvi ballo in casa Robilant cui Emilio ed io, amici della famiglia fummo invitati...  (5).

   Ma il nuovo incarico fu anche un punto nodale della sua carriera perché gli consentì di seguire con vivo interesse i movimenti di idee e di azione che auspicavano la libertà e l'indipendenza italiana in quegli anni così ricchi che
maturavano il sentimento nazionale. Ovviamente non gli furono di competenza alti livelli di responsabilità nella gestione dei problemi sul tappeto - nel marzo 1848 il principe Eugenio aveva proposto un piano di aggiornamento nell'armamento delle navi, il 20 aprile aveva annunciato la mobilitazione della flotta - ma seppe seguire gli avvenimenti che per molti aspetti sembravano preludere ad un avvenire di valore e di gloria: dovette ben presto apparire destinato ad una brillante carriera. E quando il principe Eugenio lasciò Genova per assumere a Torino la luogotenenza del Regno, assente perché al campo il sovrano, Emilio Faà di Bruno venne inviato ufficiale del dettaglio sulla Malfatano, 1'8 maggio 1848, agli ordini di Ceva di Noceto.

   Anche per lui il '48 era giunto con l'ottica di una epica grandiosità, in una realtà carica di lacerazioni e di contrasti. La corvetta fece parte della squadra sarda destinata alle operazioni nell'Adriatico, affidata al comando dell'ammiraglio Giuseppe Albini e composta da tre fregate, due corvette, due pirocorvette, un brigantino e una goletta. Emilio Faà di Bruno vi rimase sino al 20 settembre, quando la squadra sarda si ritirò ad Ancona per svernare, sostanzialmente senza aver fatto nulla: il blocco a Trieste era stato vanificato dall'intervento della Dieta di Francoforte a sostegno della neutralità di quel porto, l'attacco del forte di Caorle si era rivelato subito inutile, qualche zuffa, insignificante, non aveva apportato alcun vantaggio, e per giunta la Malfatano si era fermata per guasti ai motori (6). Successivi incarichi disimpegnò sulla S. Michele e sulla corvetta Aquila.

   Nelle lettere al padre, nel chiarire le proprie propensioni ideologiche, aveva anche dato una valutazione serena ed equilibrata del corso dei nuovi tempi. Si può pure cogliere qua e là qualche spunto che indurrebbe a ritenere una sua partecipazione alla I guerra di Indipendenza con la fervida adesione ai motivi ideali, morali e culturali di quella nuova generazione patriottica piemontese che andava coniugando un nuovo sentimento ed una nuova passione. Ma poi la campagna militare era giunta alla sua infelice conclusione e traspare l'amarezza per la brutta piega degli avvenimenti, in particolare vien dato rilievo alla intrinseca debolezza della flotta sarda, alla disorganizzazione dei comandi ed alle dissonanze del potere politico, che ebbero gran peso nella responsabilità di tutte le disfunzioni.

   Chiusa dunque quella che ritenne una grande occasione mancata, il ritorno al lavoro rutinario lo aveva infastidito non poco, soprattutto per la paventata fagocitazione della individualità. Si trattava di proteste sterili, perché indubbiamente sia l'ambito in cui si trovò ad operare sia la classe sociale a cui apparteneva - permeati dalla sfera politica e morale dominante nel paternalismo albertino - non gli avrebbero favorito sinceri convincimenti di ribellione.

   Nel novembre del 1848 gli mancò il padre e, secondo un consueto schema patriarcale, fu Alessandro, il figlio primogenito, ad assumere la conduzione dell'azienda agricola a Bruno. A lui si rivolsero quindi i fratelli e la fitta corrispondenza si sviluppò con maggior apertura e più franca confidenza. Le lettere di Emilio Faà attestano il tormento per vagheggiamenti e ideali che gli agitavano l'animo. Tra parole e comportamento concreto non esiste profondo divario né ci sono veli a coprire umori e pensieri mentre per fare un esempio, spontaneità e slancio ma anche irrequietezza ed ingenuità traspaiono da un suo proposito di fare il giro del mondo, manifestato ripetutamente. Così pure nel suo ondeggiare tra fugaci gioie e nascoste incertezze, insistentemente espresso è il desiderio di abbandonare il servizio in marina né mancano conferme alle distrazioni più proprie di un giovane nelle sue condizioni, il gioco e le donne.

   Non sorprende nemmeno certa religiosità tradizionale e convenzionale, in linea con la scelta di forme e sentimenti stratificati nello spirito dei padri: descrivendo Messina vien fuori con questa osservazione: ... La cattedrale è
bellissima, ma l'altar maggiore ... contiene pure un reliquario preziosissimo in cui evvi una ciocca di capelli della Madonna ed un po' del suo latte in una piccola ampolla di cristallo...
».(7)

   Fu poi di servizio sull'Authion, sul Tripoli e quindi sul Governolo, la maggiore e migliore nave della flotta sarda d'allora, secondo il Guerrini (8): ne aveva assunto il comando il capitano di vascello C. Persano ed aveva lasciato Genova il 16 gennaio 1851 diretta a Londra, carica degli oggetti inviati dal Governo di Torino alla Esposizione Universale, uno dei grandi avvenimenti dell'anno (9) . Ovviamente a E. Faà di Bruno non sfuggirono la grandiosità della meravigliosa e appassionante avventura compiuta dall'uomo, i successi raggiunti nel campo delle scienze e della tecnica. Londra lo aveva affascinato e per lui rimase oggetto di forte attrazione. Appare naturale che si fosse preoccupato di dare sfogo alla sua curiosità mettendo a profitto quell'evento eccezionale. Pertanto
decise di rimanere, tanto più che a Londra poteva contare sulla presenza del fratello Giuseppe, pallottino, da cinque anni rettore della chiesa di S. Pietro in quella città ove aveva già rivelato un'opera ricca e proficua e si era distinto per la preparazione teologica e biblica e più ancora per la predicazione appassionante, solida e severa, tanto da essere indicato come maestro di spiritualità sacerdotale (10).

   L'11 luglio 1851 chiese ed ottenne di essere collocato in aspettativa per 18 mesi. Nell'agosto ebbe la visita degli altri tre fratelli: fu quello l'unico incontro in comune! Stranamente, la storiografia locale ha motivato l'assenza dal servizio per congedo, durante il secondo semestre del 1851, con le funzioni di addetto navale alla Legazione sarda di Londra. La notizia non trova assolutamente fondamento nella documentazione ufficiale (11) . Cadono piuttosto in quei mesi la decisione per il matrimonio, poi celebrato il 30 ottobre 1851 con Agnese Huddleston, nella cappella di Piazza di Spagna, a Londra, ed il successivo ritorno in Piemonte a Solero, comune dell'agro alessandrino nel cui ambito rientravano villa residenziale e proprietà terriere.

   Ottenne la riammissione anticipata in servizio, ripreso il 1° febbraio 1852. Forse anche un problema quale il matrimonio, sorto dalle sue concrete e pressanti difficoltà quotidiane, può aiutare a capire il significato recondito di inquietudini e sussulti angosciosi in quegli anni nel trovare nuovi orientamenti per la propria vita.

   L'8 marzo 1852 si imbarcò sul Governolo. La fregata era ancora affidata al Persano e messa a disposizione del Comandante generale dell'isola di Sardegna, Luogotenente Generale G. Durando, per la lotta contro il brigantaggio. Quando giunse nei pressi dell'isola di S. Stefano, E. Faà di Bruno scese a terra con un distaccamento per perlustrazioni notturne al monte Canno, nella provincia di Tempio. L'incontro, nella notte, con un pastore che rifiutò di far da guida sfociò in una spinta: inavvertitamente dalla pistola di E. Faà di Bruno partì un colpo ed il malcapitato rimase ucciso. Proprio per il suo modo di intendere e di accettare il dovere sollecitò egli
stesso il processo e si vide riconosciuta la non colpevolezza (12).

   Ma, a prescindere da altri fattori quali i pessimi sistemi in vigore nella marina piemontese - insubordinazioni e arbitrii, carriere assurde, ecc., sulla cui azione disgregatrice esiste comunque ampia trattazione - ci fu in lui una repulsione istintiva a fatti di colpevolezza morale e così, anche se poco incline ad accettare compromessi o misure di comodo, l'incidente occorsogli lo spinse a sperimentare un diverso ambiente di lavoro: il 13 giugno 1852 assunse l'incarico delle funzioni di capitano nella sezione maestranze dell'Arsenale in surrogazione al capitano in
2a di vascello sig. Picasso

   Solo il 9 febbraio 1854 riprese l'imbarco sulla fregata Costituzione finché, nel mese successivo, si decise a chiedere la dispensa dal servizio comeché indottovi da imperiosi interessi familiari, ottenuta dal re il 20 marzo,
con l'uso dell'uniforme del grado di cui è rivestito (13). Nello stesso modo un anno prima aveva dato le dimissioni da capitano dello Stato Maggiore il fratello minore Francesco (14). Il dubbioso profilarsi di un interrogativo, dell'età giovanile, si era dunque riproposto definito e chiaro: le dimissioni poterono sembrare l'avvio ad un nuovo più intenso ritmo vitalistico, nell'ambito delle responsabilità familiari. E però, estremamente sensibile alle azioni e reazioni morali in cui si trovava coinvolto, ebbe tosto dei ripensamenti e così, avute le dimissioni, poco dopo chiese ma non ottenne un impiego nel Ministero della Marina (15).

   Fissata la dimora a Solero, si dedicò alla conduzione della sua azienda dimostrandosi imprenditore agricolo capace e solerte, in grado di tenere conto delle proprie disponibilità di terra, di manodopera, di capitale, di dare valutazioni di mercato e tecniche, relative ad irrigazione, a selezione e gestione degli allevamenti, al comparto orticolo. Oltrettutto potè contare sull'apporto del fratello Alessandro, un esperto di valore che ebbe un certo peso nella storia piemontese dell'agricoltura dell'800.

   Non si trattò di una qualche sistemazione privilegiata e parassitaria e anzi, dopo aver sperimentato difficoltà, momenti di scoraggiamento e di dubbi, quelli dovettero essere gli anni di maggior serenità e tranquillità, allietati dalla nascita dei figli Virginia (1852), Adele (1854), Paolo (1856). Camilla nacque qualche anno dopo (1861).

   Nel 1857 accettò la candidatura a deputato nel collegio di Felizzano; propose anche l'adesione per il II collegio di Alessandria al fratello Francesco (16).

   Il 25 ottobre 1857, con decreto reale dato dal castello di Pollenzo, era stata sciolta la Camera ed erano stati convocati i comizi elettorali per il 15 novembre, con un anno di anticipo sulla scadenza legale. La legislatura si era
chiusa con un bilancio positivo per il Cavour: risanamento della finanza, consolidamento dei mezzi di difesa nazionale, sviluppo della libertà economica, rafforzamento del potere civile, della politica estera. L'opposizione della destra, i clericali conservatori e reazionari, si era rivelata debole ma non inefficace e, per quanto su posizioni di preconcetto di fronte alle nuove emergenti realtà sociali, aveva contribuito alla trasformazione politica della società in termini di concretezza soprattutto intorno alle istanze di giustizia e di ordine. Alle elezioni del novembre, per la rilevanza delle questioni in gioco, la destra si era presentata come un blocco omogeneo monolitico, forza positiva che riproponeva la propria identità e lottava per riaffermarla tra le dottrine e le forze che operavano per la grandezza della patria.

   Emilio Faà di Bruno si presentò tra le file dei costituzionali cattolici, un candidato cattolico e conservatore senza fuorvianti estremismi ideologici, che non intendeva restare inchiodato su posizioni del passato. Nella mancanza di
riferimenti precisi a dati esterni va tenuta presente l'irresistibile esigenza del suo spirito di combattere mortificazioni di libertà e restrizioni di orizzonti. Le votazioni non gli diedero il successo: ottenne 99 voti contro 132 andati
al cavourriano G. Bertoldi, nel successivo ballottaggio 181 e 247 voti rispettivamente. Fu sconfitto anche il fratello Francesco, candidato nel II collegio di Alessandria. Ma contro la candidatura di Emilio Faà di Bruno - e del fratello - non erano mancate né insinuazioni e calunnie né pressioni da parte del potere per far cadere nella trappola della sua tattica l'elettorato (17). Chiusa la parentesi della candidatura a deputato continuò il lavoro con il
consueto interesse attivo fino a quando giunse il fatidico 1859.

   Nell'eccitazione di una atmosfera incandescente e con esaltanti sentimenti patriottici accesi dalla fortuna della II guerra di Indipendenza, Emilio Faà di Bruno chiese al Ministero la riassunzione in servizio. Nel corso di sollecitazioni ad una maggiore partecipazione e per evitare problemi organizzativi e burocratici che avrebbero bloccato o impedito iniziative concrete ed efficaci, il Ministero, secondo le direttive del Cavour che protesse in ogni modo il movimento nazionale - uno dei poli costanti della sua riflessione ed uno degli strumenti catalizzatori della sua lotta - gli propose di chiedere l'assunzione al Governo Provvisorio della Toscana. In effetti  ... Il trattato di Zurigo - ha osservato il Randaccio - aveva dato alla Sardegna la Lombardia: rimaneva indeterminata la sorte dei popoli dell'Emilia e della Toscana, che rotta appena la guerra, si erano sollevati cacciando i loro signori austriaci o papalini... Aiutavali, poco copertamente, il governo di Torino d'uffiziali e d'arnesi guerreschi: alla Toscana diede pure uffiziali di Marina ed il brigantino Eridano... (18), ed il Governo provvisorio Toscano, che aveva aperto un ruolo di volontari il 28 aprile 1859 (19), non aveva tardato a sistemare l'organizzazione della Marina con i necessari opportuni provvedimenti (20).

   Emilio Faà di Bruno già il 10 febbraio 1860 venne nominato capitano di corvetta e Comandante il Corpo dei RR. Equipaggi della Marina Militare (21), su proposta del Comandante della Reale Marina U. Isola:
A S. Eccellenza il Ministro della Guerra
Affine di poter dare piena esecuzione al decreto delli 14 dicembre 1859 che istituisce un Comitato per la R. Marina, si rende indispensabile che sia nominato il Comandante del Corpo Reale Equipaggi che è pure uno dei membri del Comitato medesimo perché nella sua qualità di Comandante del Corpo R. Equipaggi deve anche essere Presidente del Consiglio di Amministrazione. A disimpegnare a questo triplice incarico si richiede persona che abbia conoscenze non solo dei bisogni della Marina Militare in genere, in ordine al
materiale, ma che conosca l'andamento amministrativo anche del personale, accoppiando nel tempo istesso tutte quelle conoscenze che richiedonsi dall'Uffiziale di Marina.

A disimpegnare siffatta carica sarebbe opportunissimo il Conte Emilio Faà di Bruno già Luogotenente di Vascello nella R. Marina Sarda nella quale servì per lo spazio di circa 16 anni, e che sarebbe disposto ad accettare l'onorevole incarico di cui è caso quando piacesse a V. E. il nominarlo. Attesa la importanza della carica di Comandante il Corpo Reale Equipaggi si renderebbe necessario che il titolare di essa fosse fregiato di un grado di ufficiale superiore, e tenuto conto della posizione che aveva il prelato Conte Faà di Bruno nella R. Marina personale dello Stato Maggiore, così sarei di remissivo parere che fosse Egli nominato Capitano di Corvetta in questa R. Marina nella quale si avesse a tener conto del servizio prestato nella R. Marina Sarda per gli effetti del diritto alla pensione di riposo.
Quando V. E. si degnasse approvare questa nomina, sempre rimettendomi, sarei del parere che con altro successivo decreto venisse destinato al Comando del Corpo Reale Equipaggi. Il Comandante Ulisse Isola (22).

   Reintegrato nella R. Marina dopo l'annessione della Toscana - nel marzo 1860 era stato nominato Luogotenente del Re in Toscana il Principe Eugenio - già il 15 marzo 1860 Emilio Faà di Bruno ebbe il comando del brigantino
Colombo, fino al 2 maggio; poi dell'Authion, dal 28 luglio al 22 settembre 1860 e dal 2 ottobre 1860 al 10 aprile 1861. Su questo avviso partecipò alle operazioni navali per l'assedio di Gaeta, ove si era asserragliato Francesco II sotto l'incalzare delle truppe garibaldine. All'assedio, conclusosi con la vittoria del gen. Cialdini e con l'annessione al regno d'Italia, il Persano aveva diretto le operazioni della squadra navale ed ebbe ad elogiare l'operato di Faà di Bruno:
... Dal dipartimento settentrionale mi fu spedito il piroscafo avviso Authion, comandante Faà di Bruno. Questo legno mi riuscì utilissimo in causa della sua velocità sia per portare ordini e avvisi, sia per sorvegliare la linea d'ancoramento, sia finalmente per alcune incombenze riservate di blocco, che adempì con zelo ed intelligenza commendevoli... » (23).

   Dopo aver tenuto il comando del brigantino Colombo per breve tempo, ebbe quello della fregata a ruote Ettore Fieramosca, subito inviata in pieno assetto di guerra ad Ancona, in vigilanza delle coste adriatiche ad impedire il
contrabbando di armi per il brigantaggio del Mezzogiorno (24). Cessata la missione, fu destinato Comandante in 2a del Dipartimento Marittimo Settentrionale: è sintomatico il fatto che la scelta sia caduta proprio su di lui in quegli
anni in cui l'atmosfera nel regno d'Italia si era fatta minacciosa e premevano urgenti traguardi. La sua partecipazione alla vita della Marina si era fatta più intensa, tra tante fatiche, rischi e pericoli; la fermezza di fronte al dovere gli si era fatta più concordante con la sincerità delle convinzioni; l'esperienza gli aveva avvalorato buona conoscenza della reale situazione; di quel torno di tempo era anche stata l'avventura garibaldina dell'Aspromonte.

   Lasciato l'incarico del Dipartimento Marittimo Settentrionale, riprese la navigazione e così, allorché il Governo intese esprimere, con rimarcate linee di suggestive affermazioni della presenza italiana, un interesse politico che aveva alla radice la motivazione della visita ai consolati italiani, a Emilio Faà di Bruno fu dato il comando della corvetta a elica S. Giovanni. Salpò da Genova per l'America del Nord il 23 febbraio 1863; fermatosi per rifornimenti a Gibilterra dal 21 al 26 marzo, fece rotta per Filadelfia dove arrivò il 20 maggio. Dopo una breve permanenza sul Delaware, spiegò di nuovo le vele diretto al golfo del Messico. Sostò a New Orleans e più precisamente a Pilot Town dal 18 al 28 luglio, non potendo per la pescagione della nave risalire il Missisipi.
L'11 agosto sboccava dal canale della Florida che aveva rimontato contro corrente impetuosa, e faceva nuovamente rotta al nord per il Canadà; l'8 settembre dava fondo nella rada di Douglas nel golfo di S. Lorenzo. Fermatosi nel Canadà poco più di un mese, ripartiva il 15 ottobre da Gaspé Basin per Rio Janeiro; si trattenne nella capitale del Brasile fino al 3 gennaio 1864. Rifornitosi a Gibilterra dall'8 al 12 aprile arrivò a Genova il 23 dello stesso mese. La nave passò in disponibilità (25). Nelle lontane terre di Baffin era stato il primo ad avere fatto sventolare la bandiera nazionale. Alcune vicende di quell'impresa rivivono, nell'epistolario, nella loro realtà
di luoghi, di uomini, di cose, di sentimenti.

   Trascorso un breve periodo di congedo già dal 21 luglio 1864 era stato destinato a rilevare il comando della fregata ad elica Garibaldi stazionante nel porto di Susa, in Tunisia, - e altre navi italiane erano in altri porti tunisini,
con navi francesi inglesi turche - dopo la ribellione della popolazione al bey di Tunisi. Furono mesi di tensione strisciante e larvata che fecero temere il peggio per i rapporti nel Mediterraneo. Quando poi cessò la violenza dell'uragano, Emilio Faà di Bruno passò al comando della fregata corazzata Castelfidardo e fece parte della squadra d'evoluzione sotto l'ammiraglio Vacca operante nel Basso Tirreno. Sorte alcune difficoltà tra i pescatori italiani di corallo e gli indigeni di Biserta, fu tosto inviato colà per appianare la controversia. Nell'esigere la comprensione ed il rispetto dei diritti accampati da ciascuna parte seppe concludere con abilità e tatto la difficile missione tanto che il bey di Tripoli lo insignì della Gran Croce dell'Ordine di Nahan Iftihar (26).

   Rientrò nella divisione che alla fine del maggio 1865 si portò ad Algeri per una visita di omaggio a Napoleone III colà giunto, secondo il desiderio espresso da Vittorio Emanuele II al ministro della Marina Angioletti (27). A missione compiuta, la divisione navale raggiunse Ancona il 1° gennaio 1866 (28). L'intreccio e la confluenza delle vicende che cadenzavano il fluire del tempo nella vita di imbarco furono fissati, nelle lettere ai familiari, in alcuni motivi salienti. E intanto, proteso a sentire, a penetrare, i problemi del momento, si avviava, nell'inquieto procedere degli avvenimenti, ad assolvere l'alto incarico cui era stato chiamato; 1'11 maggio 1866 assunse il comando della fregata corazzata Re d'Italia, una delle navi più potenti della flotta italiana. Ormai ufficiale sorretto da buon senso, da serenità e rettitudine di giudizio, da spirito di abnegazione, da perspicacia nella valutazione delle operazioni di
navigazione: era stato alla dura scuola del mare che aveva affinato la vita dello spirito. E così, quando giunse, suscitatrice di entusiasmi e anche portatrice di delusioni, la guerra contro l'Austria - che avrebbe inciso profondamente sulle fortune del Risorgimento - nel disastroso scontro con la flotta nemica Emilio Faà di Bruno si rivelò in tutta la sua fermezza di fronte al dovere, concordante con la sincerità delle convinzioni e con il temperamento mentale.

   Si rende qui superflua la riproposta antologica dei giudizi su Emilio Faà di Bruno, dati dagli storici - e sono molti - che si sono interessati in vario modo alla battaglia di Lissa. Si pubblica piuttosto la testimonianza, inedita, sul succedersi di quegli avvenimenti e sulle voci contrastanti intorno all'episodio, lasciata dall'ammiraglio C. Cerreti (29).

   Certo, a Lissa ci furono uomini non all'altezza della situazione o sistematici violatori di ordinamenti, ci fu anche chi avvelenò le idee - nel sospettoso mondo dei vertici militari - con l'inevitabile declino del prestigio di taluni capi, ma anche esempi suscitatori di entusiasmi e di energie. Un altro alessandrino alla battaglia di Lissa, sul Maria Adelaide, pochi giorni dopo la sconfitta aveva scritto:  ... Finirò coll'aggiungere ad onore di Faà di Bruno che prima del fatale investimento mostrò molto coraggio e manovrò divinamente per schivare l'urto di due corazzate nemiche. Sfortunatamente non poté scampare quelle tremende granate che gli inutilizzarono il
timone e furono l'unica causa della sua perdita...
(30). Per un verso la disfatta di Lissa assunse il significato di disorganizzazione e di incapacità e provocò sentimenti di avversione e di rancore - scontento soprattutto per le leve militari in una protesta antimilitarista avanzata da certa letteratura se pur ancora tra incertezze e nebulosità di principi, - per un altro assunse il significato di alte idealità risorgimentali ed il suo ricordo rimase vivo entro un alone affettivo. Non è il caso di peggiorare o migliorare queste impressioni per motivi apologetici (31). Ora che ipotesi da approfondire e da verificare pare non ci siano più e siano scomparse tante incoerenze, polemiche e assurdità, Emilio Faà di Bruno viene fuori, nei diversi giudizi, in un ritratto morale luminoso: e si sa che, cancellata ogni leggenda, cadde in combattimento, non fu suicida (32).

 

Renato Lanzavecchia

 


Note

1 - Ved. R. Ricci, Memorie della baronessa Savio, 2 voll., Milano 1911, I, pagg. 293-295.

2 – Il padre, marchese Ludovico Luigi, aggregato al Nobile Corpo Decurionale di Alessandria il 6 febbraio 1817, fu il primo sindaco di questa città - più volte anche di Bruno e di Solero -; per nove anni ricoperse la carica di Riformatore degli Studi della Provincia. In Alessandria si era impegnato in opere caritative - fondazione del pio istituto delle Signore della Carità - ed aveva curato la riforma del Monte di Pietà. Si era distinto negli studi di economia e di politica, scrivendo opere di discreto interesse: Questioni del libero scambio e del reggimento costituzionale rimasta inedita e I due contratti di mutuo e locazione dei valori pubblicata a Milano nel 1825. Nel 1832 venne chiamato alla carica di direttore generale - fu il primo - della Società generale e reciproca contro i danni della grandine che era stata autorizzata da Carlo Felice il 20 aprile 1830 e definitivamente riconosciuta con Patenti Regie di C. Alberto il 28 aprile 1832 (ved. V. Pautassi, Gli istituti di credito e assicurativi, Torino 1961 pag. 127). Morì nel novembre 1848.
Della madre, Carolina Sappa Milanesi, sono rimaste poche notizie.
Virginia (1808-1862) aveva sposato l'alessandrino Fabrizio Lazari (1797-1860) amico e confidente di Carlo Alberto, comandante dei Reali Carabinieri.
Alessandro (1809-1891) entrato nella carriera diplomatica, fu segretario di legazione prima a Napoli poi a Roma. Nel 1846 rinunciò alla carriera e si dedicò alla conduzione dell'azienda agricola a Bruno, specializzandosi in nuove tecniche e nuove culture. Nel 1843 aveva sposato Primitiva della Chiesa, di Cervignasco.
Camilla (1810-1846) fu educata a La Ferrandière (Casa del S. Cuore in Lione); fu poi a Parma, a Torino, a Saluzzo e ancora a Parma ove fu nominata superiora.
Enrica (1811-1849) a 16 anni fu accettata tra le suore della Visitazione di Torino. Prese il nome di Louise Delphine. Superiora del convento dal 1843 al 1846, si dimise per salute.
Costanza (1812-1836) morì dopo aver dato alla luce il figlio Celestino. Aveva sposato G.B. Tornielli consigliere di Corte d'Appello.
Carlo Maria (1814-1862) scolopio, insegnò lettere latine e greche nel R. Liceo di Savona. Fu valente filologo e critico letterario.
Giuseppe Maria (1815-1889) pallottino, fu parroco a Londra per 23 anni. Tornato in Italia nel 1879 fondò il collegio di Masio (diocesi di Asti) e fu poi Rettor Generale della sua Congregazione.
Maria Luisa (1817) mori infante.
Maria Luigia (1821-1879) nel 1839 sposò il conte Costantino Radicati Talice di Passerano, prefetto di Torino dal 1868 al 1871.
Antonina (1823-1902) sposò il conte Paolo Appiani di Castelletto, Intendente Generale d'Armata nella campagna del 1848, poi collocato a riposo nel 1851.
Francesco (1825-1888) già ufficiale nel Corpo di Stato Maggiore rinunciò al grado per dedicarsi agli studi. Insegnò matematica all'Università di Torino. Si fece poi prete e fondò una congregazione religiosa femminile. Fu autore di numerose opere di matematica e di scritti di ascetica. Ved. R. Lanzavecchia, Francesco Faà di Bruno, Alessandria, 1981.

3 - Ved. Il Palmaverde calendario 1836, Torino, 1836, pag. 291. (Un don Garibaldi, di cui non si hanno altre notizie, risulta essere stato in casa Faà di Bruno istitutore dell'ultimogenito, Francesco. Ved. R. Lanzavecchia op. cit. pag. 12). Sulla R. Scuola di Marina qualche cenno è stato dato dal Gonni: Dall'anno della sua fondazione, 1815, questa scuola era rimasta immutata nell'organamento pedissequamente ricalcato su quello esistente nella similare della nazione francese... Ebbe è ben vero alcuni ritocchi resi necessari dall'incremento notevole assunto dal materiale navale in quei tre lustri trascorsi ma conservò la sua impronta forestiera. I metodi didattici, la disciplina, i libri di testo, per
esempio, erano francesi! Un ambiente d'una severità rigidissima. Lo scopo di coloro che vi erano preposti era
quello di trarre dagli allievi altrettanti ufficiali formati su di uno stampo unico spezzando in essi ogni naturale individualità...
. G. Gonni, Due ammiragli di Casa Savoia, Roma, 1928, pagg. 17-19 con dei tagli. Ved. anche G. Gonni, Cavour ministro della Marina, Bologna, 1926, pagg. 146-147; I. Spinola, Ricordi di un vecchio marinaio, Roma 1884, pagg. 7-69.

4 - Da una nota dettata dall'ammiraglio C. Cerruti, mns. in A.F.B. qui pubblicata.

5 - Ved. R. Lanzavecchia, op. cit., pag. 18.

6 - Sull'episodio del « Malfatano » ved. Anche I. Spinola op. cit. a pagg. 81. 110. 131. 133 e passim.

7 - Lettera al padre, del 20 maggio 1848.

8 - Ved. D. Guerrini, Come ci avviammo a Lissa, Torino 1907, pag. 138.

9 - Fu in quella occasione che il Persano Arrivato alla foce del Tamigi... rifiutò a bordo il pilota e condusse da se la nave fino a Sheerness, felicemente: da Sheerness a Wodwich si lasciò poi condurre da pratici, e l'episodio suscitò molte polemiche.  D. Guerrini, op. cit., pag. 139.

10 - Ved. R. Lanzavecchia, op. cit., pag. 51 e passim.

11 - Ved. D. Camagna, Il drappello degli immortali, Alessandria 1934 (Emilio Faà di Bruno, pagg. 149-158); E. Nava, Nel cinquantenario della morte di Emilio Faà di Bruno in "Rivista di Storia Arte e Archeologia per le province di Alessandria e Asti", a. XXV (1916) fasc. 63; An. Emilio Faà di Bruno in "L'Avvisatore", a. XIX, n. 85 del 25 luglio
1871; A. Vismara, E. Faà di Bruno e A. Cappellini eroi di Lissa, Alessandria, 1891.

12 - Ved. la documentazione qui pubblicata.

13 - Relazione a S. M. - udienza del 20 marzo 1854: Il Luogotenente di Vascello di 2a classe Conte Faà di Bruno ha fatto domanda per mezzo del Comandante Generale della R. Marina di essere dispensato da ulteriore servizio, comeché indottovi da imperiosi interessi di famiglia che non gli consentirebbero suo malgrado di proseguire in esso. Nel mentre poi lo stesso Comandante esprime il suo rincrescimento di vedere allontanarsi dal Corpo della R. Marina un ufficiale che per le sue pregevoli qualità avrebbe saputo in qualunque circostanza meritarsi l'approvazione
dei suoi superiori, avendo però in vista siffatti motivi... il Referente ne rassegna la proposta a V. M. ...
mns. in A.S.T. - Ministero della Guerra - Marina - Relazioni a S. M. (reg. 107). Dispensa dal servizio e sunto di decreto mns. in A.S.T. Ministero della Guerra - Marina - copialettere Personale (reg. 71).

14 -Ved. R. Lanzavecchia, op. cit., pag. 58.

15 -Ved. lettera al fratello Alessandro, da Solero il 29 giugno 1854.

16 - Ved. R. Lanzavecchia, op. cit., pagg. 103-115.

17 - Ved. "L'Armonia", a. X, n. 24 del 27 novembre 1857. Su Emilio Faà di Bruno aveva malamente ironizzato la stampa locale: ...Elettori del collegio di Felizzano. Voi non avete ancora potuto intendervi sulla scelta del vostro deputato: e questo è un male. Tanto più che in mezzo ai vostri candidati liberali si è ora insinuato un protetto delle chieriche, un altro Bruno, come nel II collegio della nostra città. Il bruno è di cattivo augurio: fate dunque... che non vi si ficchi tra i vividi colori della nostra bandiera nazionale !... in "Il Gagliaudo", a. I, n. 22 del 14 novembre 1857.
Più in generale, ved.: 1848-1897. Indice generale degli Atti parlamentari. Storia dei collegi elettorali, Roma 1898, II, pagg. 21.23 e 262; C. Pischedda, Elezioni politiche nel regno di Sardegna (1848-1859), Torino, 1965, tav. C 6, pag. XC; id. Le elezioni piemontesi del 1857. Appunti critici per una ricerca, Cuneo, 1969.
G. Bertoldi (n. Fubine 1821-1904) fu ispettore scolastico e poi membro del Consiglio Superiore dell'Istruzione, eletto per la
V e la VI legislatura nel collegio di Felizzano. Fu collaboratore del giornale "La Concordia" e della rivista "Il mondo illustrato", scrittore modesto, autore di due romanzi storici, La strega di Monza, Torino, 1861 e Bianca de Rossi, Bassano, 1871, oltre che di canti patriottici. Ved. Enciclopedia biografica e bibliografica italiana - Il Risorgimento italiano - II - Gli uomini politici, Roma, 1941, pagg. 155-156; G. Canna, Delle poesie politiche di G. Bertoldi in "Rendiconti del R. Istituto Lombardo di Scienze e Lettere", 1899; E. Michel, Dizionario del Risorgimento Nazionale, Milano, 1930; T. Sarti, Il Parlamento Subalpino Italiano, Roma, 1896-1898.

18 - C. Randaccio, Storia della marina militare italiana dal 1750 al 1860 e marina militare italiana dal 1860 al 1870, 2 voll., Roma, 1886, I, pag. 68.

19 - Ved. Atti e documenti editi e inediti del Governo della Toscana dal 27 aprile in poi, voll. 6, Firenze, 1860, I, pag. 14.

20 - Ved. Atti... cit. III pagg. 128-129, pagg. 178-179, pagg. 195-198, IV pagg. 301-4.

21 - Il decreto originale è in A.S.F. - fondo Ministero dell'Interno filza 3175 c 253 r (a firma di B. Ricasoli presidente del Consiglio dei Ministri e ministro dell'Interno e di R. Cadorna ministro della Guerra).

22 - Lettera mns. datata Livorno 9 febbraio 1860 al ministro della Guerra R. Cadorna (in A.S.F. Ministero Guerra 1860 - prat. 18 aff. 12).

23 - C. Randaccio, op. cit., I, pag. 334. La Relazione era apparsa sulla "Gazzetta Ufficiale del Regno" del 23 marzo 1861 n. 73 (Emilio Faà di Bruno si meritò la nomina a ufficiale dei SS. Maurizio e Lazzaro; poiché si era anche distinto all'assedio di Messina, si meritò la menzione onorevole, il 19 giugno 1861).

24 - F. Leva, Storia delle campagne oceaniche della R. Marina, 2 voll., Roma, 1936, I, pagg. 24-25 (con qualche variante), a pag. 30 è riportata la formazione dello Stato Maggiore della R. Corvetta "S. Giovanni" nella campagna del 1863.

25 - In riconoscimento del risultato di quella missione E. Faà di Bruno fu nominato Commendatore dell'Ordine Equestre dei SS. Maurizio e Lazzaro, il 29 maggio 1864.

26 -Ved. G. Gonni, R. Navi sarde ed italiane a Tunisi (1843-1864), Roma, 1931, pagg. 16-24; M. Gabriele-G. Friz, op. cit., pagg. 115-145 passim.

27 - Ved. M. Gabriele-G. Friz, op. cit., pag. 42.

28 - Come tutti gli ufficiali della Squadra Navale, E. Faà di Bruno fu nominato ufficiale della Legion d'Onore da Napoleone III - ma non erano mancate lagnanze per ottenere la concessione.

29 - Qui riportata. C. Cerruti, presente alla battaglia di Lissa, era già stato membro con i capitani di vascello Riboty ed Imbert di una commissione commessa a suo tempo dall'ammiraglio Persano per indagare sull'episodio della "Re d'Italia". Ved. C. Randaccio, op. cit., II pag. 189.

30 - Lettera del luogotenente di vascello Carlo Grillo - nato in Alessandria da Giuseppe medico chirurgo e da Antonietta Parvopassu - al fratello Alessandro, avvocato in Alessandria, datata 27 luglio 1866, in G. Griseri, Due lettere sulla campagna navale di Lissa (1866) in "Bollettino Storico Bibliografico Subalpino" LXIX (1971) fasc. III-IV luglio-dicembre, pag. 593.Nell'affondamento della "Re d'Italia" perì anche il medico ispettore cav. Luigi Verde capo del servizio sanitario della flotta - nativo di Bosco Marengo - cui va ascritto il merito di una proposta di riforma del corpo sanitario, che era sempre stato trascurato e lasciato al corso delle cose in conseguenza di politiche esitanti o di iniziative contestatibili. Ved. G. Gonni, Cavour Ministro della Marina, cit. pagg. 134-136.

31 - Si favoleggiò persino dell'esistenza di milioni sulla "Re d'Italia". Vedi G. Gonni, Note sulla guerra adriatica del 1866, Roma, 1914 (estratto da "Rassegna Nazionale", fasc. 1° e 16 agosto 1914).

32 - Ved. soprattutto D. Parodi, L'attacco e la battaglia di Lissa nel 1866, San Pier d'Arena, 1899, pag. 100 e pag. 125; A. V. Vecchi, Storia generale della marina militare, III, Livorno, 1895, pag. 356; C. Randaccio, op. cit., pagg. 188-189.
A E. Faà di Bruno fu conferita la medaglia d'oro al valor militare con R. Decreto del 15 agosto 1867. Nel 1869 un comitato genovese fece coniare una medaglia d'oro consegnata alla vedova (A.S.A. Archivio Storico Comune Alessandria serie 1 cart. 804) mentre il Municipio di Alessandria fece incidere il nome nella colonna marmorea in Piazzetta della Lega in onore agli alessandrini caduti per la patria - nel 1878 - e fece poi collocare nel Civico Palazzo una lapide, Giunta Municipale del 21 novembre 1882 (in A.S.A. ibid.); auspice la Società Operai Uniti il 1° giugno 1893 venne inaugurato un busto nei pubblici giardini (ved. A.S.A. ibid.). Lo scultore milanese Tancredi Pozzi modellò e tradusse nel bronzo una statuetta di squisita fattura, poi posseduta da Vittorio Emanuele III, in cui E. Faà di Bruno è colto sul ponte della nave che si inabissa (ved.
E. Nava 1.c.).
 


Fonti

Archivio Faà di Bruno - lettere al padre, al fratello Alessandro, di familiari (A.F.B.).
Archivio Conservatorio del Suffragio - Torino - lettere alla figlia Virginia (A.C.S.).
Archivio di Stato - Alessandria (A.S.A.).
Archivio di Stato - La Spezia (A.S.S.).
Archivio di Stato - Torino (A.S.T.).
Archivio di Stato - Firenze (A.S.F.).
Ministero Difesa - Marina - Ufficio Storico della Marina Militare - Roma.

N. B.: I dati inerenti al servizio militare prestato da Emilio Faà di Bruno sono tratti dall'Estratto dal Ruolo Matricolare mns. in A.S.A. (archivio storico Comune di Alessandria serie I cart. 804).


 

data revisione:   16/07/2006