vecchio Piemonte

Gandolfino d'Asti (sec. XV-XVI)        

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Gandolfino d'Asti
 

Gandolfino  d'Asti: Adorazione dei Magi
(Chiesa Collegiata di S.Secondo in Asti: particolare del polittico)
(tratto da: http://www.provincia.asti.it/parrocchie/ssecondo/gandssec.htm)

 

   

   Nacque probabilmente a Roreto (Bra) o, come ipotizza il Gabiani (La cattedrale d'Asti ecc.) a Rolei, parrocchia campestre di Cherasco

   Pare che la sua famiglia si fosse fatta astigiana, se è vero che intorno alla metà del secolo XV un Giovanni da Roreto dipingeva un gran trittico in legno per il convento dei crociferi nel borgo di S. Marco, ed era già, dunque, ben nota nel mondo delle arti.

   Una lettera autografa del nostro pittore indirizzata al fratello (fino ad ora unico documento certo su Gandolfino) ci prova che egli aveva in Asti, appunto, bottega bene avviata e godeva fama in tutto il Piemonte. (Il Lanzi stesso, che pochi artisti subalpini ricorda, ci dice che Gandolfino era ...considerato non solo in Asti e in Alba, ma in Torino e nella casa stessa del Principe. (cfr. Luigi Lanzi, Storia pittorica dell'Italia, Milano, 1796). La lettera, dunque, del fratello don Placido - cui il nostro rispondeva - che si trovava nel convento di S. Pietro a Savigliano, datata 10 Agosto 1510, è infatti indirizzata all' Egregio Gandolphino de Roretis de Ast, pictori dignissimo, fratri meo carissimo ". E, oltre a chiedere notizie della famiglia, che evidentemente tutta si trovava in Asti, sollecita l'invio di due quadri, già iniziati (saranno il polittico di S. Pietro di Savigliano e la pala di S. Maria del Sepolcro - opera quest'ultima andata dispersa (cfr. A. Brizio in " L'Erma ", 1935 e in " La pittura in Piemonte dall'età romanica al cinquecento ", Torino, 1942).

   Ma, prima di sistemarsi in Asti (forse nella bottega, poi ereditata, di quell'ipotetico Giovanni da Roreto, suo parente?) il giovane artista deve aver lavorato presso botteghe liguri (Ludovico Brea) ed essersi poi trasferito in botteghe vercellesi, spingendosi nella padania fino a Cremona, di dove infatti chiamerà, poi, una volta autonomo maestro in Asti e padrone di bottega, mastri di intaglio ad eseguire le monumentali cornici delle sue pale più importanti.

   Vercelli, dunque, centro assai sensibile agli influssi moderni spiranti dalla valle padana, dalla Milano di un Foppa, di un Butinone, di un Giovenale, di un Bramantino, anche, fino alle dolcezze di un Bergognone attivo a Pavia, fino a certi mantegnismi arrivati sul filo ferrigno dei ferraresi. Formazione, quindi, assai complessa, aperta a volta a volta a influssi svariati, fino a certe morbidezze ultime di lenta marca leonardesca, che rendono così difficile, ancora, un discorso chiaro e completo su questo pittore. Ma  ... nel quale bisognerà decidersi a riconoscere una delle personalità più significative del primo cinquecento piemontese, a un livello di impegno pittorico e di qualità superiore a Defendente. (Giovanni Romano, " Casalesi del '500 ecc ", Torino, 1970).

   Sicuramente, Gandolfino ebbe bottega in Asti a partire dall'ultimo decennio del secolo XV e quivi svolse la maggior parte della sua attività, fino a farsi chiamare, a buon diritto, Gandolfino d'Asti e a riassumere nella sua così sfaccettata personalità tutta l'arte quattrocentesca astese (della quale restano così rare e sporadiche vestigia).

   Partono, dunque, da Asti le sue belle pale e vanno a ornare chiese d'ogni centro del Piemonte: opere tutte di ampio respiro, completate da quelle preziose cornici cremonesi, simili a piccoli monumenti di stile rinascimentale; prodotti finiti di grande effetto che giustificano la corsa dei committenti.

   Se vogliamo cominciare il suo iter pittorico con il polittico ora alla galleria Sabauda di Torino, firmato e datato 1493 - committenti i signori Falletti di Alba, per la loro cappella nella locale chiesa di S. Francesco - dove, appunto, ancora si sentono quegli influssi tardogotici spiranti d'oltralpe e certi manierismi liguri, possiamo, per restare, come ci siamo proposti, nell'ambito della nostra città, fermarci sulla pala di S. Maria Nuova, datata 1496. Già la ricchissima cornice rinascimentale conferisce splendore e monumentalità all'ancona e crea, mantegnescamente, con i due pilastri a lesene corinzie abbinate, lo spazio prospettico entro cui si imposta il dipinto, che la lunetta, arretrata oltre la ricca trabeazione, completa. Dolcemente sfumato nelle lontananze il paesaggio, e vari i riferimenti veneti, come il trono nicchiato, stretto e alto, di monumentale estrazione belliniana, come i tre bellissimi angeli musicanti, seduti, in perfetti ritmi simmetrici, sui gradini del trono. Maria e i quattro Santi - S. Margherita e S. Eulalia (venerate, appunto, nella chiesa abbaziale di S. Maria Nuova), S. Agostino e S. Secondo, guardano lo spettatore con mesta espressione che il Mallé definisce vagamente leonardesca, mentre il Bambino, infantilmente, si distrae giocando con la colomba. Nella lunetta, Gandolfino imposta la Resurrezione di Cristo con un gesto, seppur acquietato e addolcito, tutto pierfrancescano. Opera, dunque, già piena e matura, ricca di una cultura moderna che sopraffà ormai gli elementi provinciali e i goticismi precedenti.

   Stupisce, quindi, ritrovare nella Pala del Duomo con lo sposalizio della Vergine, databile ai primi del '500, un Gandolfino più secco, attratto ancora dall'arte d'oltralpe, con, addirittura, ripensamenti liguri. L'oro investe i panneggi, si espande nelle aureole, nelle scritte a indicare i nomi dei Santi maggiori in una ricchezza straripante forse anche imposta, ostentatamente, dai doviziosi committenti, i banchieri Alfieri. Così, alla consueta dolcezza gandolfiniana dei volti, che spesso sanno anche toccare punte di icastico ritrattismo, al morbido girare dei polsi e delle dita tornite - e si veda la bella mano di S. Anna che sostiene il braccio di Maria - si contrappongono stilemi nordici, come il cupo verde della volta a crociera, dalla quale pende una grande " lumiera " fiamminga.

   Sempre in Duomo, opera firmata e datata 1501, purtroppo di assai poco agevole lettura per lo spessore bituminoso che la ricopre, è il polittico con la Sacra genealogia (in tutto simile alla pala con lo stesso soggetto conservata nella chiesa di S. Antonio a Casale Monferrato). La parte centrale si imposta sotto una profonda volta a botte con gran folla di figure scaglionata alle spalle, di fianco, dinnanzi al gruppo della Vergine e del Bambino; interessanti, come vividi ritratti, incastonati ai lati e sotto il polittico, sono le figure di S. Biagio, S. Girolamo, S. Maurizio e S. Secondo, il capo quasi sfiorante un basso soffitto cassettonato (che ritroviamo, identico, nella stupenda pala di S. Pietro a Savigliano sul capo dei santi che completano, ai lati del trono, quella sacra conversazione). 

   Altra pala aulica in Duomo è la cosiddetta Madonna del Banchiere, di datazione assai tarda, 1516, (data rilevata dal Bianco, secondo la notizia riportata dall'Incisa della provenienza di questa pala da S. Giovanni e recante appunto una scritta, poi scomparsa, e la data su indicata). Il banchiere è il cavalier Oberto Solaro, committente del dipinto, e ritratto di profilo, inginocchiato, paludato nel mantello di lucido nero appena rialzato dal bianco del collarino. L'alto impianto del trono che sconfina nella centinatura di origine veneto-ferrarese, riporta, con l'angelo musicante in primo piano in perfetto asse con la Vergine, alla primitiva pala di S. Maria Nuova, con un più di corposo e tornante. Anche se le abbondanti dorature nei bordi delle vesti la induriscono in scatti nordici e il bellissimo vaso con i garofani rivela una scoperta nostalgia fiamminga.

   Recentemente restaurata, e forse con un eccesso di verniciatura, è la grande pala con l'Adorazione dei Magi, in S. Secondo. Opera assai complessa, dall'andamento a polittico, i tempi scanditi dall'elaboratissima cornice cremonese. Al centro, la Vergine, il pieno volto gandolfiniano di mesta espressione, ci guarda mentre offre il Figlio all'adorazione dei Magi, alle cui spalle affiorano interessanti ritratti; appollaiati sul tetto della capanna, tre angeli cantano osanna; sul fondo, si snoda un'allusiva cavalcata. Ai due lati, i ritratti dei due mercanti committenti sovrastati da due grandi arcangeli ad occupare tutto lo spazio e al di sopra, a mezzo busto, fantasiosamente campiti contro tendaggi scuri, S. Pietro e S. Paolo. Nella cimasa, incorniciata da due cornucopie dorate, troviamo una morbida Annunciazione e, inaspettatamente, al centro, S. Giorgio con cavallo, drago e relativa principessa, quasi un quadro a sé entro una perfetta cornice trabeata, oltre la quale, in una sorta di timpano ricamato si enuclea, ancora, un piccolo ecce homo, mentre alla base la predella si infittisce, vivamente risaltanti sul fondo scuro, delle figurette di Cristo e degli Apostoli... Una pala, dunque, composita, sovraffollata, quasi che l'autore avesse voluto, in una sorta di horror vacui, riassumervi tutti i misteri della nostra religione: ma, anche, ricca di sapide notazioni, di sapienti soluzioni, di puntuali ritratti.

   Nella Deposizione, oggi nella antisacrestia del Duomo, a un secco, nordico Cristo sorretto dalla Madre monacalmente conclusa nel mantello nero, fanno riscontro due biondi santi gandolfiniani  impreziositi d'oro, cui sovrastano, a quinta, alberi netti contro il cielo; e fogliami e arbusti si susseguono nei piani lontananti dei colli fino alle scure croci del Golgota. E qui il paesaggio, come annota la Gabrielli (Arte e cultura ad Asti attraverso i secoli, Milano, 1976) è certamente il protagonista.

   Tra le opere migliori di Gandolfino, è, certamente, la dolce, luminosa pala con l'Adorazione del Bambino già nel refettorio del Seminario e ora in restauro; risalente certo al primo decennio del secolo XVI. Una composizione di rara semplicità, senza affollamenti, con quei volti così quietamente lombardi nel loro vago leonardismo, per la sicura geometria della capanna, ridotta a una pura struttura portante a lasciar libero il respiro paesistico, qui, ancora, nota qualificante.

   Forse conclusiva dell'iter astese di Gandolfino è la Natività già in S. Maria Nuova (anch'essa oggi in restauro) dove la Brizio fa largo posto a una collaborazione con Defendente Ferrari, mentre il Romano (Archivi e cultura in Asti, 1973) parla di un breve rapporto e riconosce, d'altra parte, in altre opere di Defendente (ad esempio ci pare, nella parte centrale del polittico di S. Giovanni ad Avigliana dal simile taglio verticale) una contraffazione del dolce classicismo di Gandolfino. Il perno del quadro non è più formato - secondo la puntuale centralità della prospettiva del primo Rinascimento - dalla figura di Maria, ma dal pilastro portante della capanna assai più complessa nelle sue nuove strutture diagonali. I morbidi volti dei pastori, dalle folte barbe giorgionesche, sono anche troppo compunti, mentre un'ancella, facendo capolino dietro un pilastro, guarda, unica, verso di noi, con una di quelle vivide annotazioni che non mancano mai nella opera sacra di Gandolfino. Anche la cornice, centinata, assai semplice, sta a sottolineare la modernità di questa pala, dal nuovo taglio verticale. 

   E allo stesso momento, cioè in un'area avanzata della pittura del primo cinquecento, ci pare si debbano attribuire le due ante d'organo (forse per il primo organo della cattedrale, provvisto in proprio, fin dal 1472, da Monsignor Scipione Damiano, fondatore della Cappella dei Putti (cantori) costrutto da ottimo artista milanese e in uso fino al 1766 (Gabiani, La Cattedrale d'Asti) a lungo tenute nei ripostigli del Duomo e oggi in restauro, rappresentanti rispettivamente l'adorazione dei Magi e dei pastori. Il taglio verticale, la monumentalità degli edifici alle spalle di Maria e Giuseppe, la intensa nota paesistica, ne fanno due opere di alto interesse e tra le più significative del nostro artista (e la cui lettura dopo il restauro sarà sicuramente agevolata).

  Certamente, Gandolfino fu anche frescante: a lui la tradizione attribuì da sempre la dolce Madonna del baldacchino sul muro esterno della sacrestia del Duomo (da tempo in restauro); da poco reperita, oggi la critica dà, giustamente, al pittore astese, questa Madonna della barca in S. Giovanni, sulla parete sinistra, in prossimità dell'altare. Per la Gabrielli (Arte e cultura ad Asti ecc.) addirittura la prima opera nota del Gandolfino in Asti, con echi spanzottiani nella tipologia. La Vergine, bionda, dal paffuto volto infantile di una pastosità e dolcezza quasi borgognoneschi, i grandi occhi chiari dalla mesta espressione, sta su un trono-seggiolone posato stranamente su una barca, reggendo il bambinello tutto proteso in gesto affettuoso verso un segaligno personaggio sprofondato a prua (il committente?); in primo piano le onde del fiume (il Tanaro?) e sullo sfondo un aperto paesaggio di molli colline. Opera di una toccante poesia, ingenua e fresca come un grande ex voto.

   Giovanni Romano (op. cit.) attribuisce a Gandolfino anche uno dei due affreschi staccati (e reintelati dal Laretto, oggi nella chiesa-museo di S. Pietro in Conzavia) dalla chiesa della Madonna della Neve, abbattuta nel 1882 per far luogo all'odierno piazzale della Stazione. E precisamente quello con la Vergine allattante, in cui trova affinità palesi con una pala ultimamente apparsa sul mercato antiquario e che egli pensa dovesse appunto ornare l'altare maggiore della chiesetta della Neve; mentre il secondo affresco con la Madonna e il bambino intenti alla lettura sembra praticamente contemporaneo, ma è di cultura in parte divergente, tanto da costituire una possibile alternativa al monopolio gandolfiniano per ciò che riguarda il primo trentennio del '500 in Asti.

   E, per concludere, ancora la Brizio (La pittura in Piemonte dall'età romanica al '500) attribuisce a Gandolfino l'affresco della Madonna del Portone con la Madonna e il Bambino tra i santi Marco e Secondo (che venne dipinto, da ignoto ma buon pennello (Incisa) sulla porta delle antiche mura, porta detta di S. Marco, sulla quale venne poi costruita la primitiva chiesetta, ora incorporata nel Santuario, nel 1660). Opera troppo indurita da ridipinture che ne rendono, oggi, difficile una sicura lettura.

   Non conosciamo la data della morte di Gandolfino da Roreto; possiamo solo pensare che la sua avviatissima bottega continuasse, oltre il secondo decennio del 1500, dopo la sua scomparsa, a servire ancora committenti locali e forestieri, portando avanti, anche se pur stancamente, come succede, il prestigioso discorso del grande maestro, per tutto il resto dei secolo XVI. Scuola preziosa ancora per quanti, in Asti, si dedicavano alla pittura.

Silvia Taricco

 

(Estratto da "il platano", rivista di cultura astigiana, Asti, anno II, n. 1, 1977, pp. 12-16)

data revisione:   16/07/2006