vecchio Piemonte

Materno Giribaldi  (1870 - ca. 1933)    

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Lo scultore Materno Giribaldi
 

Primavera di Materno Giribaldi

 

 

Asti, 28 Gennaio 1924                              

Eccellenza,

   Forse vostra Eccellenza ancora ricorda come io l'anno scorso avessi a vincere ad unanimità di voti il Concorso bandito per il Monumento ai Caduti. Forse pure vostra Eccellenza ricorda come il conseguimento della vittoria ottenuta mi fu impedita da un gruppo di persone a me ostili... So che vostra Eccellenza ha una indiscussa autorità sulla presente Amministrazione; so che una parola di vostra Eccellenza è per tutti legge ed io mi rivolgo a V. Ecc. con una suprema speranza che mi sia resa giustizia.

   … E come già dissi, se per una male interpretata coerenza non vogliono affidarlo direttamente a me, Vostra Eccellenza faccia almeno in modo che si bandisca un altro concorso in modo che io possa ripresentarmi e dimostrare pubblicamente se sono o no meritevole dell'ambito premio. Da un anno l'affronto subìto mi tormenta e mi tortura; ho voluto ancora rivolgermi a V. Ecc. la quale se vorrà far rendermi ragione, farà di me un uomo felice, un uomo la cui riconoscenza sarà infinitamente salda e imperitura.

   Confido e spero voglia il Cielo che la mia speranza e la mia fiducia non vengano deluse.

Con profondo ossequio                                                      
di V. Ecc. Ill.ma                                                                 
Dev.mo                                                                              

M.  Giribaldi                                           

   Con questa lettera accorata lo scultore astigiano si appellava, ultima spes, a una delle massime autorità astesi dell'epoca, il Prefetto, appunto, per ottenere  giustizia. Ma sarà il vano ultimo atto della sua tragedia per il Monumento ai Caduti astigiani della Prima guerra mondiale.

(E non si sorrida al confronto di una, anche scultorea, altra tragedia, della sepoltura, che vastamente implicò un altro, ma grandissimo, scultore, Michelangelo Buonarroti, in Roma: il mausoleo di Giulio II, voluto e poi non voluto dal papa, poi preteso dagli eredi...).

   Fatte, ovviamente, le debite proporzioni fra i due personaggi, anche questa tragedia è, umanamente, oltre che artisticamente, importante e toccante. Perchè simboleggia, qui nella nostra città…, nel nostro recente passato, il sopruso, in qualche modo, del Potere sull'arte, anche se si tratta, qui, di un'arte con l'a minuscola, soprattutto di una parte portata a conculcare chi appartiene ad altra parte. Un'offesa all'uomo, dunque, oltre che all'artista; una delle prime offese, forse, e usiamo pure la parola altisonante, alla Libertà

   Forse ebbe anche, tutta la vicenda, oggi studiata con distacco, qualche sapore di pettegolezzo, data la piccola città…, di meschini astii, di piccole rivalse. Raggiunse però il fine proposto: annullare un concorso regolarmente indetto e condotto con tutti i crismi del galantomismo d'allora, e ferire, profondamente, un uomo. Che non seppe dimenticare o, come poi s’usò da molti, far buon viso a cattivo gioco, ma si sentì come annientato dalle accuse di scarsa capacità… artistica fino a decidere di espatriare, di sradicarsi per sempre dalla sua città. Partì  infatti, Materno Giribaldi, per l'America del Sud nell'anno successivo alla lettera che abbiamo appena visto; e in qualche modo sistematosi, forse, a S. Paolo del Brasile, vi richiamò, due anni dopo, la moglie e la figlia. Ad Asti non tornò più: qualche lettera al carissimo fratello, qualche cartolina agli amici fedeli, qualche segno, come vedremo, del suo successo laggiù, e poi il silenzio. Nessuno ricorda o seppe mai qui nella sua città l'anno della sua morte.

   Sappiamo che era nato il 18 luglio 1870 da Giuseppe Giribaldi, notaio in Calosso ma nativo di Mombercelli e da Assunta Pierrone o Pierone, livornese, in una casa propria di Riva Carrera (poi via XX Settembre). Il padre morì troppo presto (nel 1880) per rendersi conto che questo suo figlio (l'altro figlio, Raffaele, sarà prete, poi parroco di Viarigi, dove visse fino al 1927: e fra la gente del paese è ancora vivo il ricordo della sua bontà e umanità), non avrebbe seguito la sua strada ma sarebbe irresistibilmente stato attratto dall'arte. Ed ecco infatti il giovane Materno, bruno, gli occhi neri brucianti, un che‚ di carismatico, ben presto, nella figura prestante, il volto incorniciato da una bella barba fluente en artiste, seguire il curriculum di prammatica dei giovani artisti piemontesi, cioè il corso di studi all'Accademia Albertina di Torino. Nelle classi di scultura ebbe maestri il Tabacchi, il Grandi, il Fumagalli e poi quello che tutti doveva superare, il Bistolfi. Compagni gli furono Edoardo Rubino (1871-1955). (Monumento alla Vittoria sul colle della Maddalena, Torino 1920, tra le sue cose più note) e quel Luigi Contratti di Portogruaro (1868-1923) ma subito torinese, da umile scalpellino ad allievo dell'Accademia, scoperto dal Bistolfi e dal Belli... Tutte le carte in regola, quindi; e a Torino, ancora, a 28 anni nel 1898 la sua prima comparsa ufficiale nelle sale della Promotrice, un po' in sordina, certo, tra quei compagni e maestri che abbiamo detto, milanesi e torinesi, lui oscuro astigiano... Ma Giribaldi è fiero di essere provinciale e vuole restare ad Asti, mette studio prima nella casa paterna e poi, dopo il matrimonio con Elvira Fassio, avvenuto nel 1907, al n. 13 di via Natta, nell'allora casa Mussa. (Lì, nell'ampio luminoso atelier lo intervista un cronista del Cittadino - siamo nel 1911 e Giribaldi è ormai uno dei più noti artisti astigiani - annotando le cose che vede - bozzetti per mausolei, ritratti ma anche elementi ornamentali, camini ecc. - a dimostrazione di una attività grandissima e di un crescente successo). Insegna, anche, alla scuola Municipale di Arti e Mestieri: e due, almeno, dei suoi scolari di un tempo ancora lo ricordano...

   Il suo nome travalica ben presto i ristretti confini astigiani e quelli piemontesi: già nel 1904 partecipa a un primo Concorso per il Monumento al Petrarca da erigersi in Arezzo, riuscendo primo su 29 concorrenti; e poi ancora al secondo e al terzo concorso del 1906. Una nota alquanto imprecisa del solito cronista ci dice ancora che il nostro valoroso concittadino fu scelto fra i pochi migliori al concorso mondiale al Perù!  e, ancora, ma questa volta con grande dovizia di particolari e ampi voli retorici ci informa che Martedì 14 Maggio 1907, presente l'ing. Balduzzi, nipote del marchese Medici del Vascello, ebbe luogo la posa della prima pietra della fontana monumentale che sorgerà sull'area lasciata sgombra dalla abbattuta chiesa della piccola Annunziata, dono munifico del marchese senatore Medici e opera del nostro concittadino, lo scultore Materno Giribaldi...  ecc. La fontana, inaugurata poi il 18 Ottobre 1908, voleva celebrare un'opera pubblica di grande importanza e cioè il nuovo acquedotto (iniziato nel 1890) che dalla Bonomia, attraverso Cantarana, Vaglierano, Revignano, Bricco Fassio e regione Torretta portava l'acqua ad Asti (questo percorso è segnato sulla base del monumento stesso).

   Giribaldi volle un tanto strafare: non si accontentò di una semplice fontana, appunto, ma eresse un vero e proprio monumento ad occupare il centro della appena nata piazza Medici: un alto basamento di granito sbozzato a significare una sorta di rupe rocciosa sulla cui cima sta contortamente appollaiato un giovane michelangiolescamente muscoloso. Di sotto l'ascella destra, fortemente trattenuto dal braccio, gli spunta lo stelo della fontana... Solo il volto, contratto come si conviene a tanta positura sforzata, ma di lineamenti fini e ingentiliti, è cosa accettabile, così come il fiorir nella pietra del tondo di base, di steli e corolle e volti femminili. Certo, non un capolavoro: che però, quando l'acqua zampillava addosso e rendeva, attraverso il suo gioco perenne, quasi evanescente la rupe e il nudo, e verde smeraldina l'aiuola tutto intorno, poteva avere un suo sapore. (Il bozzetto, datato 1905, che vediamo in una fotografia dedicata all'ing. Natale Ballario, era alquanto diverso: meno alta la rupe rocciosa e senza il violento contrapposto di ascendenza michelangiolesca il personaggio, visto mentre rovescia un recipiente pieno d'acqua: il volto appare meno affilato, contornato da una capigliatura ondosa, nel segno tipico del Giribaldi. Forse, così realizzato, sarebbe riuscito più efficace della più ampollosa stesura definitiva).

   Perchè Materno Giribaldi non fu nè meglio nè peggio, dunque, di tanti scultori suoi contemporanei. Datato, sicuramente: con quel marchio stilistico floreale che segnò così esattamente un'epoca (peraltro di grande coerenza ed oggi giustamente ricomposta nel suo giusto valore). Commosso però, a volte, nelle sue cose migliori; sobrio ed efficace nel fissare una fisionomia, come nella stele Boschiero ai Giardini del 1903, come nei ritratti del capitano medico Carlo Lusso e del sottotenente Carlo Omedè nella complessa lapide di via Brofferio, come nella netta medaglia a ricordo di Giuseppe Maria Bonzanigo... Un tanto leziose, certo, le figure femminili nella ingenua simbologia floreale, perchè legate a quella moda che la donna, appunto, trattava, ossessivamente, alla stregua del fiore -  rose rose rose e ancora rose, in boccio o aperte, erte o ripiegate; e veli veli veli gonfiati da tepide erotiche aure ad avvolgere quegli steli, di carne o vegetali... -  Languori crepuscolari di cui fu fin troppo facile prendersi gioco! Eppure il nudo, in Giribaldi  è spesso ben netto e girante, sia maschile che femminile (non un mero risultato di vuoti e di pieni); rapido, allusivo il tocco, a volte di rara morbidezza: come in certe immagini della moglie con la figlioletta (Glicinia, nome emblematico!) nei due mezzi busti conservati nella civica Pinacoteca; o nell'atto di baciare per l'ultima volta il volto già spento dalla morte dell'unico figlio maschio nel gruppo intitolato Maternità (fortunosamente tratto dai depositi del Cimitero e oggi nell'atrio della Pinacoteca stessa, posto su un roccioso monolito: opera che meriterebbe, come abbiamo già avuto modo di osservare, altra collocazione all'interno del museo, al riparo dalla polvere. O, naturalmente, i ritratti della bellissima figlia Glicinia, veramente sbocciata primaveralmente come il dolce fiore che le dava il nome e sua modella preferita per le molte allegorie per vari monumenti o mausolei o tombe, come le tombe Bocchino (1911), Zo (1912), Ballario (1917), Borioli ecc. All'esposizione di Arte Provinciale di Alessandria - Giugno-Luglio 1921 - Materno Giribaldi ebbe, a riconoscimento della sua attività così coerente e multiforme, una sala tutta dedicata alla sua scultura. E qui trionfava, appunto, sotto vari titoli (Fiore di campo, La giovinezza ecc.) la bella Glicinia. Ma, accanto, erano anche i bozzetti più impegnativi: del monumento a Don Bosco, a Giuseppe Verdi, ai caduti di Montiglio (di nuovo una giovane donna protesa nel vento, la falce nella mano...). Il cronista dell'epoca, ancora libero - ma per poco! - di scrivere liberamente il proprio pensiero, annota e commenta, giustamente orgoglioso dell'affermazione di un suo concittadino.

  Che era, dunque, come abbiamo visto, pur entro certi limiti, ben in possesso del suo mestiere, riconoscibile in suo tocco particolare, allusivo e scivolato soprattutto nel rendere il viluppo dei veli, le foglie carnose, gli innumeri fiori. A volte, veramente toccato da genuina ispirazione. Non inferiore allora ai suoi stessi maestri (il miglior Tabacchi, ad esempio, dal lieve tocco de Il pianto degli angeli della Pinacoteca di Ascoli Piceno; il Reduzzi del Fior di vita  ecc.) e meno lezioso e anedottico dei vari e più rinomati Balzico, Ximenes, Jerace, Benvenuti ecc. O, tra i piemontesi, dell'acquese Giulio Monteverde (non il Monteverde del ben noto monumento a Jenner, la sua opera migliore, ma il Monteverde di certe allegorie come In alto l'anima della Galleria d'arte moderna di Roma, di gran lunga più stucchevole di quelle giribaldiane). In fondo, anche il solido, nitido Bistolfi, lo scultore piemontese più seguito e più noto, indulge al suo mondo floreale, impregnato di quel tanto di Kitsch d'epoca (come, ad esempio in La morte e la vita del Monumentale di Milano). Più lucido sempre, forse, e segnato da uno stile particolarmente elegante, il coetaneo Luigi Contratti: del quale Asti possiede cose egrege, ancora tutte da scoprire...

   Nel 1921 Materno Giribaldi è, sicuramente, lo scultore più noto in Asti, con buona stampa anche in campo nazionale e internazionale, come si è visto. E’ dunque logico che egli aspiri a dare alla sua città un monumento importante, grandioso, esaltante, come quello, finalmente deciso dalla comunità astese, ai Caduti astigiani nella guerra '15-'18. Giribaldi vi si impegna con puntiglio e studio, ovviamente, come all'opera maiuscola della sua carriera di artista. Ricordano ancora i pochi discepoli superstiti, i bozzetti accumulati nel suo studio di via Natta ai quali egli dedicava ormai tutto il suo tempo (e questo che presentiamo sarà, presumibilmente, il bozzetto vincitore: una visione assai compatta e insieme morbida, a onde ricorrentisi, quasi fluttuante come la bandiera che sta per essere levata dalle mani del soldato. Un'opera che sarebbe certamente risultata assai dignitosa e, soprattutto, ricca di tutti gli stilemi giribaldiani!). Finalmente il concorso è bandito con una delibera del 22 Febbraio 1922; la cosa si trascinerà poi (fondi da reperire ecc.) fino al 26 Luglio 1922. Con questa ultima delibera si decide di erigere un ricordo ai Caduti da porre al centro della Piazza Dante e di affidare l'esecuzione del Monumento a mezzo di concorso privato. Si stabilisce di invitare al concorso gli scultori: Goria, Giribaldi, Contratti, Reduzzi, Alloatti, Riva e Cellini. La spesa per il monumento deve essere contenuta in lire 120.000. Furono chiamati a far parte della giuria, oltre il sindaco di Asti, Secondo Pia, l'ing. Natale Ballario, l'architetto Giovanni Chevalley, torinese, gli scultori milanesi Antonio Rescaldoni e Oreste Labò. Segretario, Nicola Gabiani. I bozzetti pervenuti vennero esposti alla cittadinanza nella chiesa dell'Annunziata Grande in piazza Catena (già sconsacrata, fu demolita nel 1959) dal 26 Novembre al 5 Dicembre 1922.

   Come si vede, una giuria di tutto rispetto, cui dava anche prestigio il nome dell'architetto Chevalley (autore, tra l'altro di un'ottima biografia del nostro Benedetto Alfieri) e degli scultori milanesi Labò e Rescaldoni. Una giuria affatto estranea alle beghe e alle invidie locali... Nicola Gabiani, segretario, come abbiamo visto della commissione giudicatrice, riferisce all'Assemblea Comunale che gli artisti di Milano e di Torino trovarono bellissima la località di piazza Dante (e ci pare giusto). La piazza era nuova di zecca, circondata da dignitose ma anonime case, abbastanza vasta perchè il traffico potesse espandersi agevolmente attorno al monumento. Il quale non si sarebbe opposto (come poi avvenne nella primitiva sistemazione in piazza S. Secondo) a nessun edificio storico.., e che il comitato per l'erezione del monumento ai Caduti, visti i risultati del concorso testé espletato si compiace che la scelta sia data unanime ai bozzetto siglato "Altare della Patria", risultato opera di un concittadino, al quale manda esprimere la propria soddisfazione con la certezza di interpretare il pensiero della cittadinanza. Firmato Dosi, Gazelli, Ameno, Ceccarelli, Benzi Carlo, Sparvieri, Ballario, Bay, Poggi, Gabiani ".

   Tutto bene, dunque... Ma un certo disagio e forse anche un brivido di paura serpeggiano fra i buoni consiglieri comunali: nelle strade della città sono apparsi, funereamente listati di nero, a caratteri cubitali, nella tipica tracotante prosa fascista, manifesti emanati dalla sezione di Asti del Partito (siamo, ricordiamolo! appena nel Dicembre del 1922) che dicono

PARTITO NAZIONALE FASCISTA
Sezione di ASTI

CITTADINI!
   CON PURO E SINCERO SENTIMENTO DI RICONOSCENZA VERSO I GLORIOSI  CADUTI ASTIGIANI ABBIAMO STRENUAMENTE DIFESO E PROPUGNATO CONTRO I DISFATTISTI ED I DIMENTICHI DELLA PATRIA, IL DOVERE DI ASTI  DI  INNALZARE UN MONUMENTO DEGNO DEL SACRIFICIO EROICO DEI NOSTRI VALOROSI CONCITTADINI E DECOROSO PER LA CITTA’. QUANDO SI CREDEVA E SPERAVA CHE  FINALMENTE L'IDEA AVESSE REALE E SOLENNE ATTUAZIONE, MANOVRE INDEGNE  ED INTERESSATE STANNO PER FRUSTRARE GLI IDEALI  NOSTRI  E DI TUTTA LA CITTADINANZA.
   VI E’ UNA PICCOLA SETTA CHE TRAMA ED INSIDIA.
   MA IL FASCIO VIGILA E IMPEDIRA’A QUALUNQUE COSTO CHE LA SCELTA DEL MONUMENTO SIA ISPIRATA DA MESCHINE PARTIGIANERIE.

CITTADINI!

   DOBBIAMO TUTTI INSORGERE UNANIMI CONTRO TUTTE LE MANOVRE PER DIFENDERE IL DECORO MORALE ED ARTISTICO DELLA NOSTRA CITTA’.

IL DIRETTORIO

     bollo
22 Dic. 1922

Asti - Tip. V. Morrico - Via Garetti

   C'è, sì, qualche animoso Consigliere che ha il coraggio di rilevare a voce alta che le accuse del fascio locale sono vaghe e imprecise, che tutta la cosa non sarebbe stata montata se lo scultore vincitore fosse stata un'altra persona (leggi simpatizzante fascista)... 

   Ma queste voci legittime cadono nel silenzio, isolate: l'assemblea, ormai, non ha il coraggio di opporsi apertamente alla levata di scudi del direttorio fascista. Finalmente, qualcuno propone che il Sindaco e qualche membro del Comitato abbiano un abboccamento chiarificatore con i fascisti. E poi..., si vedrà….

   Andati, dunque, a Canossa, i nostri bravi consiglieri riportano all'Assemblea  - 19 dicembre 1922  -  gli ordini ricevuti:  quel Monumento (pare di leggere la famosissima pagina manzoniana!) non s'ha da fare. Loro hanno detto che Asti ha già troppi monumenti brutti ed è necessario che si faccia, finalmente, un'opera degna. Per la quale, ripetono, la somma stanziata è ridicola (Asti, come Roma...). L'Assemblea ascolta, mogia: e c'è anche qualcuno che dice, quasi a consolazione generale, che, in fondo, il Giribaldi è migliore come maneggiatore di scalpello che come creatore di opere, e un altro aggiunge che è volonteroso e capace, ma non è un artista... Così, malinconicamente, si conclude quella seduta del consiglio comunale; forse nessuno si rese conto che qualcosa si era rotto, ormai, nel meccanismo democratico, anche, qui, nella piccola Asti. Un primo ostacolo si era parato dinnanzi, improvviso, e non si era saputo nè politicamente aggirarlo, nè orgogliosamente superarlo. Nella seduta del 23 gennaio 1923 si riferisce, infine, che lo scultore Giribaldi  allo scopo di facilitare la soluzione della nota questione ha dichiarato - lettera al Sindaco, allegata agli atti  - di rinunciare all'esecuzione del monumento ai Caduti. E che il consiglio comunale ha deciso che gli sia corrisposta una Indennità di lire 10.000...

   Dobbiamo però rilevare che in quel clima grigio di sopraffazione, c'è ancora - per l'ultima volta! - qualche voce che ha il coraggio di levarsi pubblicamente in una estrema difesa e dell'operato della Commissione giudicatrice e dello scultore Giribaldi (sono quelle degli avvocati Borello e Dosi e del comm. Sparvieri). Ma sono voci clamantes in deserto. Si delibera, come deciso, l'indennità allo scultore e si lascia libertà per indire un concorso su basi finanziarie maggiori delle precedenti. (Come è noto, l'attuale Monumento ai Caduti fu poi commesso allo scultore torinese Gaetano Cellini, nel 1928. Il monolite di base fu fornito dalla ditta Stella di Torino, la fusione fu eseguita nella torinese fonderia artistica Riva. Il monumento eretto, come abbiamo già detto, in Piazza S. Secondo, fu poi inaugurato il 4 maggio 1930 alla presenza dei principi di Piemonte. La spesa deliberata dal Comune, già nel 1923, per questo nuovo monumento, voglio dire per la sola opera statuaria, era stata di lire 245.000...).

   Come abbiamo visto all'inizio, l'accorata lettera di Materno Giribaldi al Prefetto non sortì effetto alcuno. Da un anno l'affronto subito mi tormenta e mi tortura, dice lo scultore. Si sfoga con i pochi amici, con i discepoli fedeli; vede in ogni artista astigiano l'artefice della sua disgrazia... Gli brucia, soprattutto, l'accusa di incapacità creativa, di essere stato giudicato, in un pubblico dibattito, un artigiano, non un artista. A poco a poco, la vita nella sua città gli diventa insopportabile: ed egli decide (e quanti esempi, illustri o meno, passati o recenti, si potrebbero accomunargli!) di esiliarsi. L'America del Sud, con le sue città gonfie di comunità italiane, dove potrà sentirsi ancora quasi in Patria, dove ha già ottenuto qualche buona affermazione, sarà la sua meta. Materno Giribaldi abbandona Asti verso la fine, presumibile, del 1925, solo; va a tastare il terreno, a cercare un luogo adatto alla sua nuova vita. Nel 1927 richiamerà, forse a S. Paolo del Brasile, la moglie e la diletta figlia-modella Glicinia...

   Del suo lavoro brasiliano non abbiamo trovato che un unico documento. E' un volumetto inviato all'ex allievo Oreste Badoglio, ricco di fotografie, che illustra una sua imponente opera e cioè il Mausoleo per la famiglia Jafet, eretto tra il 1931 e il 1932 nel Cimitero della Consolazione in S. Paolo; con un estratto dal periodico Folha da Manha (S. Paolo, 12 febbraio 1933):  Architettura e statuaria sepolcrali - Un monumento d'arte nella necropoli della Consolazione del Dr. Enrico De Goes, direttore della biblioteca pubblica municipale di S. Paolo.

   Invitato dal mio amico Elvino Pocai, sensibile acquarellista - dice il dr. De Goes - andai a vedere il monumento della famiglia Jafet, opera del prof. Materno Giribaldi, che esercitò ed insegnò la difficile arte della scultura nel suo universalmente ammirato paese natale, l'Italia. Questo lavoro, non comune, merita di essere classificato opera d'arte... La massa architettonica e scultorea, di bronzo foscamente dorato e di granito rosa e nero... si erge quale nave semisommersa la cui prua fosse di arcuate ed estatiche figure umane... La composizione non si inquadra nel genere puramente industriale o mercantile o in quelle di nuovi ricchi, opere di pseudo artisti... Il mausoleo Jafet traduce e realizza un pensiero filosofico di poetico idealismo spirituale... Il motivo creatore, l'idea essenziale è il mistero della morte, del trapasso dalla vita terrena all'astrazione vibratile dell'oltretomba. C'è una sorta di legame, un incatenarsi continuo delle metamorfosi da uno stato all'altro... La simbologia generale è dominata, al culmine, dalla rappresentazione del Dolore, nella bronzea e bella caratterizzazione femminile che, fra morbidi panneggi, si appoggia sul sarcofago ferita dall'intensa pena. Formando una aureola, una nuvola mossa di bronzo, fra fiori che si sfogliano, circonda il monumento una teoria di anime ondanti, dormienti o sveglie che si danno la mano e ascendono agli spazi celesti... Nell'angolo posteriore destro, si vede, in piedi, l'immagine della Vedova, affranta dal dolore, con un bimbo al collo, esprimente la pena del troncato vivere coniugale. Sul lato sinistro, un gruppo di due figure rappresenta la Pietà e la Povertà, la beneficenza ai poveri, protetti un tempo dal defunto. All'entrata della cappella, due figure, una femminile, l'altra maschile, sorreggono un incensiere fumigante la cui fiamma aggomitolata si innalza sul sarcofago... La porta della cappella, anch'essa di bronzo, è costituita da un angelo nimbato di stelle che, avvolto in una "alluvione" di fiori sparsi sorregge una sfera diafana sulla quale brillano le due lettere greche del nome di Cristo. Dentro, sull'altare, sta l'immagine del Crocifisso, in bronzo, con una corona di spine posta al di sopra del capo simile a una apoteosi allegorica che irradia luce e fiori e petali che cadono... Questa, nelle sue particolarità principali, la descrizione del monumento eretto all'industriale e filantropo Cav. Nami Jafet...

   Di fisionomia molto simile a quella del tumultuoso e fantasioso pittore napoletano Domenico il Morelli... lo scultore Materno Giribaldi, anche senza tener conto di una certa prolissità, ma forse intenzionale, di dettagli, appartiene alla  categoria di quegli artisti sognatori, di quegli eterni romantici della musica, del bulino o del pennello che creano in una specie di febbre, tormentati dall'idea-madre. Le sue concezioni simboliche, la sua plastica sicura, il suo stile, insomma, sono vicini alla maniera del suo esimio compatriota piemontese, il senatore Leonardo Bistolfi... Materno Giribaldi realizza per tutti quelli che l'ammirano sinceramente e lo comprendono nel suo malinconico e vivo slancio creatore, il lapidario concetto di Gabriele d'Annunzio: Ogni lavoro è un'arte che s'innova, - Ogni mano lavori a ornare il mondo...

   Ci pare che il critico brasiliano abbia ben focalizzato l'opera del Giribaldi, anche nei precisi riferimenti - oltre a certo dannunzianesimo di obbligo, all'epoca, nei paesi del sudamerica - a un passionale gusto di tipo morelliano e soprattutto alla esatta ascendenza bistolfiana. Il mausoleo per Nami Jafet rappresentò, e siamo certi di non sbagliare, la tanto sospirata occasione, per il nostro artista esiliato, per esprimersi in grande, per realizzare, finalmente, quel Monumento che gli fu impedito di erigere nella sua città. Nella grandiosità della impostazione, nel folto numero di figure allegoriche, nella profusione di quei particolari floreali (alla cui prolissità fa riferimento, anche, il puntuale critico di S. Paolo) che scivolano, si impennano, s'allacciano torno torno al monolite di granito, come grumi di bronzo dorato, come ectoplasmi fissati un attimo prima del loro svanire, Giribaldi sente di aver dato, veramente, l'espressione totale - e per quanto ne sappiamo, finale - della sua arte.

   Un'arte rimasta legata a un preciso momento storico, che nessun ismo di avanguardie ha sfiorato, ma a suo modo vibrante nei suoi umori spesso tanto ricchi, sempre sincera e coerente. E dunque, come abbiamo detto, segnato da una precisa impronta stilistica - oltre che sorretta, ovviamente, da un impeccabile mestiere. Ed è per questo che l'opera di Materno Giribaldi ci pare stia un tanto al disopra di molta anodina statuaria coeva, di un Gaetano Cellini, ad esempio, per restare nel nostro ambiente.

   Non siamo riusciti a sapere, per quante ricerche fatte fino ad ora (ma la speranza di qualche nuovo dato non è ancora del tutto perduta) quando lo scultore astigiano si spense, nè se restò in quella S. Paolo che gli aveva dato modo, come abbiamo visto, di realizzare una delle sue opere più importanti. L'ultima sua fotografia ce lo mostra orgogliosamente appoggiato al suo Monumento, la bella barba fluente ormai completamente bianca, attorniato dai suoi collaboratori italo-brasiliani (un ing. Miraglia, un fonditore Paperetti, un marmista Porta...). Era il gennaio 1933.

 

   Ringrazio vivamente il sig. Oreste Badoglio per il prezioso materiale fornitomi, e il sig. Claudio Cantelli per le fotografie di sculture del Giribaldi, tratte dal suo archivio. E, ancora, il sig. Natale Casalegno per avermi, con le sue informazioni, permesso di trovare molti tasselli al difficile mosaico di questa (per forza di cose, incompleta) breve monografia del troppo dimenticato scultore astigiano.

 Silvia Taricco                                                         

 

(Estratto da "il platano", rivista di cultura astigiana, Asti, anno III, 4 luglio-agosto 1978, pp. 17-27)

 

data revisione:  16/07/2006